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La cultura che rende felici

04.01.2016 - aggiornato: 11.01.2016 - 15:15

L'editoriale di Manuela Camponovo sull'evento dell'anno appena trascorso: l'inaugurazione del LAC.

di Manuela Camponovo

 

È una notizia che può certamente rallegrare chi si occupa del settore, anche se qualche sospetto già l’avevamo: “La cultura ci rende più felici”. Diffusa l’anno scorso, scaturisce da una ricerca della  Norwegian University of Science and Technology, condotta su 50.797 adulti  e in base alla quale risulta che le persone frequentatrici di teatri, musei, concerti… “tendono ad avere una buona salute , si godono di più la vita e sono più soddisfatte” di quelle che prediligono altri tipi di “passatempi”. Tra l’altro, i maggiori benefici li conquistano coloro che sono più interessati a conoscere queste attività piuttosto che a praticarle. Insomma, i critici sarebbero anche più felici degli artisti.

Ma si può andare oltre a queste considerazioni, notando che in epoche o luoghi dove vivere è più faticoso, per povertà o situazioni di guerra, dove procurarsi il pane è la prima emergenza, la cultura fiorisce come compensazione, necessità vitale dello spirito: fare musica, dedicarsi al teatro, recitare poesie, magari sotto le bombe o sfidando la tirannia del potere… Se ne sono avute diverse testimonianze. Mentre, curiosamente, nelle civiltà del benessere, appena si palesa all’orizzonte una crisi economica, ecco che proprio la cultura è considerata il primo ramo da tagliare, quasi fosse un lusso superfluo e anche qui gli esempi non mancano (basta fare riferimento al recente caso dell’OSI).

Ma noi dovremmo essere particolarmente felici, se pensiamo, senza sforzarci troppo, a quale è stato l’evento principale che ha dominato, in questo ambito, l’anno appena trascorso: l’inaugurazione del LAC, of course. Promettente l’avvio, ma la questione principale sarà di non creare un regime istituzionale di monopolio, poiché il pluralismo rende più felici del senso unico... Si auspica la capacità di instaurare sinergie e dialogo, a vari livelli, con strutture e persone che già lavorano da anni e bene sul territorio e lo frequentano, senza schiacciarne l’autonomia, la responsabilità, l’indipendenza. Forse il tema più delicato riguarda il rapporto con la scena teatrale ticinese e il rischio di replicare gli errori del passato, ignorando il talento,  escludendolo a priori per una mancanza di conoscenza. Lo stesso problema, sebbene ad un livello diverso, si è sempre posto anche nel passato tra la stagione di Lugano, basata su un cartellone estero o esterofilo, e le locali compagnie escluse.

Il provincialismo più pernicioso è proprio quello di pensare che solo dall’esterno venga il meglio. Non dimentichiamo che di questo atteggiamento è stato vittima anche Daniele Finzi Pasca. Si tratta ora di avviare un’autentica collaborazione, nel rispetto delle reciproche competenze, dando fiducia a chi da anni segue la creatività locale, la incontra, la sa valorizzare.

 

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