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La vera partita dell'Italia

06.03.2018 - aggiornato: 06.03.2018 - 16:51

Nel suo editoriale sulle elezioni politiche di domenica, Maria Acqua Simi evidenzia che il Paese potrà ripartire "solo se la politica si farà veramente serva del bene comune".

© ANSA/GIUSEPPE LAMI

di Maria Acqua Simi

 

«C’è un’aria, un’aria… che manca l’aria», cantava Giorgio Gaber per immortalare il clima politico dei suoi anni. Da allora più di un ventennio è trascorso, ma l’aria che tira in Italia è sempre più rarefatta. Lo si è visto bene ieri, quando il Paese si è svegliato dopo le elezioni nazionali con il Movimento 5 stelle come primo partito ma con la coalizione di centrodestra (formata dalla vittoriosissima Lega, da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) che ha ottenuto di nuovo il governo della Regione Lombardia e la maggioranza in Parlamento, grazie alla complicata Legge elettorale oggi in vigore.

Una maggioranza però non assoluta, per cui saranno necessarie alleanze sperimentali per eleggere i nuovi presidenti della Camera e del Senato. Escono sconfitti invece l’intero centrosinistra, i partiti minori come il partito della famiglia o +Europa di Emma Bonino e soprattutto il Partito Democratico di Matteo Renzi, che si dimetterà da segretario del PD e che ieri ha chiarito che il suo partito starà all’opposizione e non farà alleanze «con gli estremisti» complicando quindi il quadro. 

Sappiamo chi ha vinto, sappiamo chi ha perso: ma non sappiamo cosa succederà. È una situazione di equilibrio sospeso, con due possibili film la cui trama è ancora tutta da scrivere. La palla è ora in mano al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nei cui panni nessuno oggi vorrebbe trovarsi. Per Costituzione, infatti, adesso è chiamato a consultare tutti i partiti per poi scegliere la personalità che – con un mandato esplorativo da premier – garantirà di trovare una maggioranza in Parlamento.

Sceglierà il leghista Salvini o l’ineffabile Di Maio? Sarà quindi il centrodestra – che deve però rimanere assolutamente compatto – a governare il Paese racimolando i seggi mancanti qua e là (Salvini ha ha già escluso un’alleanza con i pentastellati)? O saliranno al potere i grillini, che rivendicano a pieno titolo la vittoria e dunque il mandato dal capo dello Stato? Lo si saprà solo nei prossimi giorni.

Le ipotesi sono diverse, c’è chi addirittura preconizza un veloce ritorno alle urne. Quello che è certo, è che comunque vada è necessaria oggi più che mai un’analisi di quello che è accaduto all’Italia del 2018. I dati infatti parlano dell’eterna divisione tra il Nord (dove il centrodestra ha sfondato) e il Sud, ormai roccaforte grillina. Una parte del Paese ha scelto in fondo l’usato sicuro, puntando tutto su lavoro, sicurezza ed economia, mentre un’altra ha dato un voto di protesta e opposizione scegliendo il movimento fondato da Beppe Grillo.

I media internazionali hanno scritto e titolato allarmati che l’Italia ha preso una deriva populista ed euroscettica, eppure l’esito delle elezioni tradisce in realtà una spaccatura più profonda e trasversale. Lo si evince bene dal divario emerso tra città (soprattutto nei capoluoghi) e periferie, tra quei luoghi urbani nei quali si prova e spesso si riesce a beneficiare della globalizzazione, lasciando però drammaticamente indietro chi non riesce a farne parte. E da lì che scaturisce il risultato che ben pochi si aspettavano: non lo avevano azzeccato gli analisti, i sondaggisti e nemmeno i grandi media, segno che la spaccatura è anche sociale, antropologica e culturale, perché è mancato e manca un dialogo con il Paese reale.

Esattamente come accaduto con la Brexit prima e con l’elezione di Donald Trump poi. «La gente ha votato per il cambiamento economico e non solo», hanno esultato ieri i grillini. Certo, la pesante situazione economica italiana fatta di tasse soffocanti, disoccupazione e salari stagnanti acuitasi con gli ultimi Governi di centro-sinistra può essere una spiegazione. Ma non è la prima volta che l’Italia vive una crisi economica e mai si era avuto un risultato così sprezzante dei partiti tradizionali come oggi.

Forse a pesare sopra tutto è stata la percezione di insicurezza e paura dei cittadini, stanchi di politiche percepite come troppo complesse e distanti. Così il popolo – che non sempre è per forza bue – ha votato coloro che con slogan più efficaci di altri hanno provato a dare ricette semplicistiche, certo, ma pur sempre percepite come risposte ai problemi reali. L’errore che oggi il mondo politico italiano sta scontando è stato badare solo all’aria che tira, alle poltrone, ai sondaggi (mai azzeccati) con molta retorica e arroganza ma poca lungimiranza. L’errore è stato pensare in fondo che non occorra dialogo e lavoro di squadra per costruire il bene comune, come invece efficacemente sottolineato da papa Francesco in un mirabile discorso tenuto a Cesena non più tardi di otto mesi fa.

Oggi il punto non è che fine farà Renzi (come Berlusconi, scommettiamo che dimostrerà di avere sette vite come i gatti), che ne sarà dei rapporti con l’Europa (nonostante tutto, un’Italexit è altamente improbabile) o come verrà gestita la crisi dei migranti. L’Italia non ripartirà da un Governo Di Maio e nemmeno da un Governo Salvini. Potrà ripartire soltanto se la politica si farà veramente serva del bene comune, se ci sarà l’umiltà di dialogare con tutti, di riguadagnare il contatto con il mondo reale e di riconoscere che non c’è una parte del Paese migliore o peggiore dell’altra, non è un problema di Nord e Sud. Ma di sguardo. La vera partita, inizia da qui.

 

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