Home > Commenti

L'iPhone e il Grande Fratello

18.09.2017 - aggiornato: 18.09.2017 - 19:04

L'editoriale di Claudio Mésoniat mette in luce gli aspetti dell'impressionante rivoluzione innescata da queste nuove tecnologie e il loro impatto su informazione e politica.

© AP Photo/Marcio Jose Sanchez

di Claudio Mésoniat

 

L’iPhone compie dieci anni. Twitter li farà tra poco, Facebook ne ha appena 13 e Google sta per girare la boa dei 20. Prendiamo gli ultimi dieci anni e osserviamo l’impatto di queste tecnologie della comunicazione sull’informazione e sulla politica. Enorme. Non mi spingerei a dire, come ha fatto qualche giorno fa il Washington Post, che l’iPhone ha cambiato il mondo tanto quanto lo trasformò l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg; aggiungendo spericolatamente che Trump “è un regalo di Steve Jobs”, ovvero di iPhone, via Twitter. Ma se consideriamo che questo telefonino è stato appunto il vascello a bordo del quale internet e i social network sono potenzialmente sbarcati in ogni minuto della nostra vita quotidiana, dobbiamo riconoscere che la rivoluzione innescata da iPhone è davvero impressionante. Forse non per tutti, ma per le nuove generazioni in modo universale e irreversibile. Riflettiamo su un paio di aspetti decisivi quanto problematici di questa rivoluzione, che sta sconvolgendo il modo di fare comunicazione e quello di intendere la politica.

In fondo tutto può riassumersi in una parola-scioglilingua che sin dagli albori della cultura digitale divenne un mantra per i sacerdoti del web: disintermediazione. Che bestia è? Internet, con i suoi motori di ricerca e con i social, permette sia l’accesso diretto a una miriade di fonti informative sia il collegamento virtuale immediato tra un leader e i suoi elettori. Sarebbe dunque abolita (vedremo subito il perché del condizionale) qualsiasi forma di mediazione da parte di corpi intermedi, quali giornali da un lato e partiti dall’altro, per citare solo i due player più vistosi colpiti dal bando. Trasparenza, partecipazione, fine delle concentrazioni di potere e dei padroni della conoscenza: era, e resta spesso ancora, la narrazione corrente sui frutti della rivoluzione digitale. Ma “oggi tutti sanno”, ha scritto di recente il filosofo Michele Magno, “che il flusso delle informazioni è governato da tre o quattro gruppi dominanti, i quali possono decidere la sistematica violazione della verità fattuale, o almeno rendere difficile lo smascheramento del falso”. Il punto più dolente, peraltro, non sta secondo me nel fenomeno da mesi sbandierato delle fake news, ma in altre forme più massicce di controllo, orientamento e (dis)educazione che i nuovi Grandi Fratelli stanno attuando su di noi. Se il lettore avrà ancora un po’ di pazienza, proverò a fare qualche esempio. 

L’esempio principe di cyber democrazia resta, fino ad oggi, quello del Movimento 5 stelle In tempi rapidi e forzati un comico italiano ha portato la creatura del “profeta della Rete” Gianroberto Casaleggio dai convegni dei “Vaffa… day” al ruolo attuale -nei sondaggi- di prima forza politica italiana. Penso che anche i lettori meno interessati alla scena pubblica del Belpaese si siano fatti un’idea di quale oscuro laboratorio di manipolazioni dittatoriali (e di rovinose smentite e gaffes pubbliche) stia nel retroscena dell’M5S, questo esperimento di “trasparenza totale”, di “democrazia diretta” virtuale. La gente ci casca? Questo, dei populismi col vento in poppa, è un altro problema. Non è la rete che li crea, ma certamente la rete li favorisce. Come favorisce un altro fenomeno inquietante che Claudio Cerasa, direttore del Foglio, ha definito “dittatura della condivisione”. Siamo nell’ambito del “filo diretto” tra politico e cittadino, senza mediazioni. Seguiamo il ragionamento di Cerasa: se la “dittatura della condivisione” è il “principio in base al quale le idee che hanno una loro dignità sono solo quelle immediatamente condivisibili, che entusiasmano cioè la propria cerchia di follower e che vengono condivise facilmente”, in campo politico “la subalternità a questo approccio ha portato sempre più politici a rivolgersi ai propri elettori guidati da un principio pericoloso: l’idea cioè che la traiettoria di un partito, o di una leadership, sia determinata più da un algoritmo che da una visione, più dall’ansia di risultare condivisibili che dall’ansia di trovare soluzioni”.

Per venire al mondo dell’informazione, l’esempio che vorrei fare riguarda Google. In questo caso è la figura mediatrice del giornalista quella da cui il motore di ricerca ci ha “finalmente liberati” (dicono i cantori del web). Inseriamo la parola chiave in quello spazietto e siamo padroni delle notizie e dei commenti, che andiamo a scegliere dove meglio ci aggrada, spaziando sul vasto mondo. Poi esce una ricerca (ne ha parlato il GdP qualche mese fa sotto il titolo “Meglio il giornalista o il Grande Fratello?”, 28.4.17) che ci rivela come il famoso algoritmo di Google ci conosce e ci “scheda” secondo i nostri gusti e interessi non solo per “venderci” in modo mirato alla pubblicità, ma anche per farci il “favore” di scegliere al nostro posto i siti e gli articoli che più ci “convengono”. In altre parole, Eli Pariser ha mostrato come la pagina che il motore di ricerca ci presenta con i titoli corrispondenti alla parola - chiave da noi inserita è stata composta dall’algoritmo: se sei “di sinistra” ti darà gli articoli di chi “la pensa come te”, se sei “di destra” ti offrirà quelli di chi è in sintonia con i tuoi punti di vista. Si chiama “bolla dei filtri”, perché ti toglie il respiro della differenza e dell’apertura al diverso e ti chiude nella bolla rassicurante del tuo piccolo mondo. In aggiunta a questa preoccupante scoperta, notiamo che Google costruisce le sue pagine pescando gratuitamente gli articoli dai siti dei giornali ma fa poi incetta di pubblicità con una voracità che negli ultimi dieci anni ha messo al tappeto gran parte della stampa quotidiana nel mondo. Attenzione: non il giornale cartaceo soltanto (la cui parabola discendente ha molteplici cause, in parte comunque legate alla diffusione di internet) ma anche quei giornali che accanto alla versione stampata hanno, come il nostro, una versione digitale e una presenza sul web.

Non ho scritto questo fondo per fare del passatismo e predicare “torniamo alla carta e ai comizi di partito”. Non sono affatto un “apocalittico”, smanetto con gratitudine su cellulare, tavoletta e computer tra siti, motori di ricerca e social, che considero strumenti meravigliosi e luoghi di grandi potenzialità. Mi considero dunque un “integrato”. Ma un integrato scosso da molti brividi di dubbio.

 

Accesso e-GdP

banner_reportage_siria.jpg

banner_arte-e-cultura.jpg

banner_alberghi_albergatori.jpg

Ieri nel mondo

banner_spot_youtube_chi_siamo.png

misericordia_2015.jpg

catt-ch2.jpg

Il sito ufficiale della Diocesi diLugano

banner_caritas_ticino.jpg