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l’olimpismo oltre la politica

07.02.2014 - aggiornato: 07.02.2014 - 09:40

L'editoriale di Paolo Galli.

(foto KEYSTONE/Peter Klaunzer)

Un vecchio detto spiega (volgarmente) come non possano coesistere una botte piena e una moglie ubriaca. Però c’è comunque chi, di fronte ai Giochi olimpici, pretende che tale palcoscenico non venga occupato da pretesti politici. Lo stesso CIO, in merito, assume una posizione ambigua. Da una parte ha puntato sul mare (!) di Sochi – sulla Russia, su Putin –, dall’altra si stizzisce, avvertendo per bocca del suo presidente che «bisogna avere il coraggio di indirizzare il proprio disaccordo attraverso un diretto e pacifico dialogo politico, e non sulle spalle degli atleti». Non dovrebbe essere Thomas Bach, a questo punto, a sottolinearlo.

E non dovremmo essere noi a ricordare come ogni grande decisione delle massime istituzioni sportive sia per forza di cose una decisione politica. Tanto sappiamo benissimo come funziona tutto quanto. Al primo ingaggio, al primo “bip bip bip” al cancelletto di partenza, al primo volteggio sulle note di Ravel, volteremo pagina e ci concentreremo sulle vicende sportive, dimenticando (superficialmente) tutto il resto, sminuendo addirittura le minacce di attentati terroristici.

Già in questi giorni di attesa, da più parti, si è tentato di sdrammatizzare, evidenziando curiosità di varia natura, dai doppi wc negli spogliatoi maschili del biathlon – sì, esatto, due wc affiancati nello stesso scompartimento: la foto ha fatto il giro del mondo – sino alle audaci scelte cromatiche della nazionale norvegese di curling. Facezie, insomma, una sorta di riscaldamento giornalistico in vista del momento ideale per alimentare l’epica del gesto olimpico. In questo senso, sono molte le storie in canna agli inviati, storie di conferme e di rivincite. Noi, in casa Svizzera, ne sappiamo qualcosa.

Basti pensare a Dario Cologna, che per un attimo – a causa di un brutto infortunio alla vigilia dell’inverno – ha temuto di perdere ciò per cui lavora da anni. Ma Dario ci sarà. Come Simon Ammann, il nostro atleta olimpico per definizione, capace di vincere già quattro ori; una doppietta giovanissimo a Salt Lake City e un’altra, otto anni più tardi, a Vancouver. Poi è sparito per un po’, forse aspettando proprio questo appuntamento. Simon ci sarà. E Lara Gut? La ticinese quattro anni fa fu costretta a rinunciare al viaggio in Canada: glielo impedì una maledetta lussazione all’anca. Nel frattempo, pian piano, è cresciuta. Nei giorni scorsi persino il New York Times l’ha annunciata come sicura protagonista di questi Giochi. Lara ci sarà.

Ci saranno anche quelli dello snowboard e del freestyle (occhio alle leventinesi Katrin Müller e Deborah Scanzio), quelli del bob e del curling e poi gli altri dello sci alpino. E la nazionale di hockey, che tenterà di ripetere, a Sochi – dove la Russia però è chiamata a non fallire –, la cavalcata mondiale di Stoccolma. Vauclair e compagni ci saranno

Ecco, l’esserci, il perduto senso decoubertiano dei Giochi. Quello che la stessa Lara Gut va cercando: «Se per partecipare a una gara devo passare dodici volte attraverso il metal detector, non è quello che intendo io per spirito olimpico». E non è neppure quello che, intimamente, intende l’ex schermidore Bach, anche se lui sì a parole, oltre alla botte piena, pretende di avere la moglie ubriaca...

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