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Nell'attesa del giorno da leoni

13.11.2017 - aggiornato: 13.11.2017 - 15:40

Dopo la qualificazione della Svizzera ai Mondiali, Paolo Galli si pone la domanda: "Chi siamo noi?". Perché è una squadra di calcio, d'accordo, ma ci rappresenta.

© KEYSTONE/EPA/Ronald Wittek

di Paolo Galli

 

Sull’onda di questa ennesima qualificazione, è lecito chiedersi – e chiederci – che tipo di squadra sia la Svizzera, a cosa ambisca davvero, dove possa arrivare. Della serie: chi siamo noi? Perché è una squadra di calcio, d’accordo, ma ci rappresenta, più di quanto non lo facciano i club, più di quanto non lo facciano singoli rappresentanti di sport individuali. Questa Svizzera non solo ci somiglia, questa Svizzera siamo noi. Ha pregi e difetti simili ai nostri. Dal 2004 a oggi ha ottenuto il lasciapassare per sette grandi eventi, sette su otto, dimostrando una continuità degna delle grandi squadre, delle nazionali di prima fascia. Non ne eravamo abituati, nell’era precedente. Ora ci stiamo facendo il callo, al punto che la cosa ci sembra fin troppo normale, dovuta quasi. Parallelamente, sale allora la voglia di andare oltre, di non faticare contro le squadre più piccole – come invece fatto ieri –, ma soprattutto di piazzare l’exploit, quello vero, ora che l’exploit non è più rappresentato da una qualificazione.

E allora, che si fa? Occorre il giorno da leoni, quello vissuto come non ci fosse un domani, una roba forse non da noi. Ecco, appunto, qui si inseriscono i dubbi legati alla nostra identità, allora, quelli legati alla rabbia di fronte alla controprestazione di Lisbona. Una controprestazione che per qualcuno aveva rappresentato il raggiungimento di un limite, il solito, come se fin lì si potesse arrivare, ma non più in là. E si ricordavano l’Argentina ai Mondiali 2014 e la Polonia agli Europei 2016. Argentina, Polonia, Portogallo, per non risalire sino all’Ucraina, posti lì come paletti, riduttivi di fronte a tanta e tale continuità. Per abbatterli, per abbattere quei paletti, occorre una sublimazione, e con essa anche una stella che ci guidi dal campo, che riesca ad aggiungere la genialità del singolo a una struttura solida, ormai solidissima. Una stella che possa permettersi di guardare un Ronaldo, un Messi, ma anche “solo” un Lewandowski, dritti negli occhi. Una stella che ancora non abbiamo e neppure vediamo, pur continuando a credere in Embolo. Il calcio necessita di totem, gira attorno a essi. Intanto Petkovic resta un ottimo riferimento, lì ai bordi del campo. Questa qualificazione ha molto di suo. Una qualificazione trovata passando da dieci vittorie e un sofferto pareggio in dodici incontri. Già, una continuità che inizia a caratterizzare non soltanto il lungo periodo, ma persino le singole campagne. Questa avrebbe potuto finire prima, se ci fosse stato il già citato giorno da leoni, ma è comunque finita bene, così come doveva finire e come non era però scontato che finisse.

Torniamo lì, a quel dubbio: chi siamo noi? In questo momento ci sentiamo un po’ viziati, fortunati, stanchi, comunque felici. Vorremmo avere più freddezza ma soprattutto più fame, ma quella solitamente si accompagna pure a qualche problema, sportivo o sociale, a dipendenza degli ambiti. Siamo la Svizzera e siamo ai Mondiali, una volta di più.

 

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