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No Billag, cerchiamo di ragionare

29.12.2017 - aggiornato: 29.12.2017 - 15:00

Editoriale di Claudio Mésoniat sull'oggetto in votazione popolare il prossimo 4 marzo 2018. 

© KEYSTONE/Juerg Mueller

di Claudio Mésoniat

 

Come sanno bene i suoi lettori, a questo giornale non può essere imputato nessun fiancheggiamento acritico della RSI. Ma neppure un silenzio astioso sulle sue produzioni. Il GdP ha optato –caso unico nel nostro panorama giornalistico- per una forte, quotidiana attenzione al fenomeno televisivo, che non si limita al servizio di segnalazione dei programmi, ma arrischia di continuo dei giudizi di valore, sia nella proposta che nella critica retrospettiva, per niente indulgente proprio verso la RSI. Lo riteniamo un compito iscritto nella nostra linea editoriale. 

Crediamo però che sia anche nostro compito rendere attenti i lettori circa la posta in gioco della votazione del prossimo 4 marzo sull’abolizione del canone radiotelevisivo (No Billag). Chi scrive si assume la responsabilità di affermare che si tratterà di una consultazione non meno, anzi forse più importante di una normale tornata di elezioni federali (del resto tutto il sistema informativo sulla politica federale e le modalità stesse di una campagna elettorale verrebbero rivoluzionate da un’eventuale accettazione dell’iniziativa). Vediamone il perché, senza la pretesa di esaurire in questo primo intervento tutte le questioni in gioco. Due sono le considerazioni di fondo.

Il sistema radiotelevisivo svizzero, incarnato a volte bene e a volte male dalla SSR, può essere considerato come uno dei frutti migliori del nostro federalismo. Canone e pubblicità raccolti su tutto il territorio vengono riversati sulle strutture delle tre principali regioni linguistiche non in ragione dei numeri ma di una solidarietà fra le tre Svizzere. La più forte, quella tedesca, rinuncia a una gran parte delle proprie risorse per permettere a francofoni e italofoni di avere un servizio radiotelevisivo più che dignitoso, che con le sole loro forze non potrebbero assolutamente permettersi.

È importante riflettere bene su quest’ultima affermazione. Romandi e, soprattutto, noi svizzero italiani (che raccogliamo il 5% e riceviamo il 20% delle entrate SSR), senza sostegno statale (diretto o via canone, forme entrambe eliminate da No Billag a livello costituzionale) a una radiotv “nostra” dovremo rinunciare per sempre.

Un vero “spalancamento di frontiere”, poiché se anche dovesse rinascere una sorta di improbabile SRG su basi puramente commerciali (o con finanziamenti privati), è impensabile che il gruppo editoriale svizzero tedesco alla sua origine, dopo aver conquistato una concessione all’asta e a colpi di milioni, ne investirebbe decine e decine per regalarci una nuova (e magari meno “faziosa”) RSI. L’ideologia liberista del “puro mercato” che ispira l’iniziativa No Billag e il suo sistema di aste, sbaglia nel demonizzare la “mano pubblica” in uno dei pochi campi, quello della comunicazione, in cui l’intervento dello Stato resta indispensabile.

E lo diciamo in forza di un sano principio di sussidiarietà.

C’è poi, ma forse prima ancora da un punto di vista etico e sociale, la questione dell’enorme e repentina eliminazione di posti di lavoro che il “sì” all’iniziativa comporterebbe. Un migliaio, per limitarsi al Ticino, con poche chance di ricollocamento, dato il genere di professioni coinvolte (non sarebbe certo la piccola TeleTicino, ridotta a sua volta da No Billag a un terzo delle risorse attuali, a poter riassorbire il colpo). Persone e famiglie. Cui andrebbe aggiunta la crisi di molte aziende “satelliti” e la perdita di indotto che toccherebbe numerose altre imprese.

Qui occorre un minimo di riflessione da parte di chi, comprensibilmente, non vede l’ora di poter depennare una cifra non irrilevante dalle voci in uscita del proprio bilancio. Il canone può e dovrà essere ridotto, anche oltre la tardiva pensata della signora Leuthard (350 fr., uno al giorno). Ma il peso sociale e finanziario del massacro occupazionale che provocherà No Billag su quali spalle ricadrà? Su quelle del contribuente, ovviamente. Senza contare i “canoni” che i grossi gruppi privati (tipo UPC) preleveranno a chi vorrà riacquisire servizi sportivi e di intrattenimento persi con la scomparsa della SSR (per quelli informativi, locali e nazionali –in lingua italiana-, non ci sarà fonte alternativa cui attingere). La fattura, a occhio, sarà più salata del canone. Su come la SSR che uscisse salvata dalla valanga No Billag dovrà ripensarsi, promettiamo di ritornare.
 

 

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