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Da papa Francesco al PPD

20.02.2018 - aggiornato: 20.02.2018 - 17:07

Le riflessioni di GianMaria Pusterla in merito alla discussione in Gran Consiglio sulle unioni registrate e al mancato intervento da parte dei deputati popolari democratici.

© Foto Maffi

di GianMaria Pusterla

 

Fagocitata nel bel mezzo della “grande attesa” per l’esito dell’elezione del futuro nuovo procuratore generale (e poi, chissà perché tutta questa grande attesa e tutto questo gran parlare e soprattutto scrivere attorno a quattro persone che già lavorano o lavoravano in magistratura, di cui conosciamo, di tutti, i molti pregi e anche qualche difetto, quasi che le sorti dei ticinesi dipendano dal nome del procuratore generale, con tutto il rispetto per l’alto e difficile compito che dovrà affrontare il nuovo PG Andrea Pagani poi eletto dal Parlamento), ieri pomeriggio in Gran Consiglio si è sviluppata una interessante discussione attorno alle unioni registrate (ossia l’unione tra coppie dello stesso sesso).

Il punto all’ordine del giorno ruotava attorno alla proposta di una deputata dei Verdi che con una mozione chiedeva di consentire anche ai sindaci e non più solo agli ufficiali di stato civile, come avviene oggi, di officiare l’atto di questa unione. Il tutto, per usare le parole della mozionante, «per permettere anche ai famigliari di festeggiare questa unione nella sala delle cerimonie» assieme alla nuova coppia. Un cambiamento tendente a normalizzare e standardizzare le unioni registrate rispetto al matrimonio e che solo apparentemente può sembrare di poco conto (aggiungiamo che ci vorrà comunque il sì da Berna), ma che ha fatto nascere un dibattito in cui si è sentito di tutto e che ci dà lo spunto per un paio di riflessioni, non senza prima precisare che l’allargamento alla facoltà di “celebrare” questo tipo di unione non ci trova concordi, proprio per la differenza fattuale tra le due forme di coppia: quella tradizionale tra uomo e donna, che implica un certo concetto di società, e quella formata da compagni/e dello stesso sesso. 

1) Abbiamo potuto per esempio ascoltare con le nostre orecchie la stessa promotrice della mozione asserire che anche per papa Francesco non ci sarebbe differenza tra matrimonio e unioni omosessuali e che lo stesso Papa sarebbe addirittura «favorevole al suicidio assistito». Tale affermazione, un’autentica fake news, e con i fiocchi, ci fa capire da un lato il grado di conoscenza dei temi che taluni deputati portano in aula e dall’altro come i mass media influenzino il sentire comune e creino un pensiero dominante. È infatti la strumentalizzazione operata dai media sulle parole di Francesco (da quei media e quindi da quei gruppi di potere che hanno interesse a tagliuzzare i discorsi del Papa per propagandare loro visioni del mondo) che ha probabilmente indotto la nostra deputata a prendere per buono il concetto, andando a irrobustire la sua convinzione circa la bontà (lo dice persino il Papa…) del suicidio assistito.

2) Non essendo presenti fisicamente alla seduta di ieri non possiamo capire fino in fondo perché i deputati del PPD non siano intervenuti (non c’erano?) all’interno di questo dibattito, portando un contributo originale alla discussione. A nostro giudizio hanno mancato un’occasione significativa per profilarsi su un tema di società (la famiglia) che dovrebbe stare loro particolarmente a cuore. Non per fare “religione”, ma per presentare (oggi dovremmo dire: difendere) un valore che troviamo spesso nel programma di questo partito. È su questi temi che l’elettore popolare democratico vuole essere rappresentato. L’impressione è che pochi politici del PPD abbiano ancora in chiaro alcuni concetti fondanti della dottrina sociale cattolica. Concetti che non chiedono di permeare di “chiesa” o meglio di “sacrestia” l’agire politico, ma che ispirano un modo di fare, un modo di essere, un modo di pensare al bene comune e alla società. Quella attuale e quella futura.
 

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