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Satira, protagonista quotidiana

04.12.2017 - aggiornato: 04.12.2017 - 16:14

Il nuovo libro di Armando Boneff sotto la lente di Claudio Mésoniat: 'Bisogna essergli grati per averci fornito un’agile retrospettiva a volo d’uccello su tre decadi di storia locale'

di Claudio Mésoniat

 

Ero un po’ scettico su questa enciclopedica impresa di Armando. Trent’anni di satira sul GdP, la bellezza di oltre mille vignette. Bene, me le sono riguardate tutte compulsando le bozze del libro e mi assumo la responsabilità di suggerire al potenziale acquirente «vai, compra, il tomo vale il prezzo», e al potenziale lettore che ne scruta la copertina sul comò, incerto se passare all’atto, «buttati, sfoglia, ne vale la pena». C’è n’è per tutti. Chi abbia già trascorso mezza vita almeno in questo Cantone baciato dal sole e da Narciso, e morso dalla tarantola del litigio politico perpetuo, sarà grato al più famoso vignettista ticinese di avergli fornito un’agile retrospettiva a volo d’uccello su tre decadi di storia locale, non solo minuta.

Ma l’occhio satirico di Boneff si allunga sovente su Berna e i suoi misteri federali, dilaga nelle vaste praterie del mondo e non c’è «grande» che gli sfugga, Papa o presidente, calciatore o dittatore, continente per continente, anno dopo anno, inesorabilmente. L’occhio scorre veloce dall’anno di apparizione, a margine, alla striscia delle vignette. Uno sguardo al disegno, quasi sempre geniale, poi la lettura dei fumetti e intanto il cervello borbotta «chi se la ricordava più questa bega che fece scorrere fiumi di inchiostro e di bile?»; oppure «questa era grossa ma l’avrei datata cinque o sei anni fa e invece ne sono passati venti...».

Vanitas vanitatum, basta un distacco di dieci o vent’anni per rendersi conto dell’inconsistenza di tante vittorie, sconfitte, arrabbiature, esultanze, nobili imprese e carognate meschine. E ti accorgi che in molti casi era proprio la prospettiva satirica a consentire, con il suo apparente cinismo, l’approccio più realistico alle nostre imprese magnifiche e progressive. Segno che forse non era cinismo. Era l’ironia con cui dovremmo saper guardare le nostre dispute ma anche le nostre performances, i nostri tentativi, anche i più puri e gratuiti, di “fare la storia”, di “costruire un mondo migliore”. Sto seminando nichilismo?

Piano. Sto dicendo che quell’ironia, che dovremmo conquistare come stabile angolatura di sguardo sulle nostre umane imprese, è probabilmente la stessa con cui ci vede Colui che impasta ora per ora le nostre prestazioni dentro i suoi disegni, alla fine davvero buoni, sapendo Egli scrivere diritto anche sulle nostre righe storte. Cosa manca al vignettista per essere come Quello lassù? La tenerezza del Suo cuore, che prevale sempre in ogni caso sui pasticci delle sue creature. Non credo si possa chiedere anche questo a un vignettista.

Tanto meno a Boneff (con le debite eccezioni). Boneff è sanguigno e partigiano, non aspettatevi, se già non lo conoscete, un acquarellista omologato al politicamente corretto. Non vi sarà difficile scoprire i suoi ideali e le sue idiosincrasie (una su tutte: quella per i divieti ai fumatori). Avendo discusso con lui per dodici anni quasi giornalmente il tema della vignetta attesto che la «reverenda sorella Armanda» (come lo apostrofavo spesso con insensata giocosità; e lui di rimando «tutto bene, madre superiora?») non faticava troppo a calcare le orme dell’identità cattolica della testata.

Ma devo confessare che di quella sana ironia di cui sopra ero il primo a volte a scarseggiare, cosicché si ingaggiavano tra noi degli epici tornei telefonici sulla scelta del tema da vignettare e addirittura sulla modalità di trattarlo, invocando io la “linea del giornale” e lui la “libertà dell’artista”. Testardi entrambi come due caproni, succedeva che si uscisse dalla disputa con un compromesso rabberciato a pochi minuti dall’avvio della rotativa. Ma delle (poche) vignette-compromesso, tra le meno applaudite, non trovo fortunatamente traccia in questa riuscitissima antologia. 

 

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