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Tracciare piste di speranza

04.12.2017 - aggiornato: 04.12.2017 - 18:29

Nel suo editoriale Bernardo Cervellera evidenzia i punti cardine del viaggio del Papa in Myanmar e Bangladesh, dove ha pronunciato la parola fatidica: "Rohingya".

© EPA/ABIR ABDULLAH

di Bernardo Cervellera

 

Alla fine papa Francesco ha detto la parola fatidica: Rohingya. L’ha detta accarezzando i volti di uomini, donne e bambini a cui sono stati uccisi i familiari, o che hanno dovuto fuggire braccati dai militari. Il Papa ne ha incontrati 16, a Dhaka, e tutti loro hanno pregato e pianto con lui. «Dio – ha detto Francesco – è anche Rohingya». 

Questa parola è quella che tutti i media nel mondo aspettavano, per condannare le violenze dell’esercito birmano, denunciare l’inanità della leader Aung San Suu Kyi, far sprofondare il Myanmar sotto il peso delle sanzioni. In questo modo, i media non sono riusciti a mostrare tutta la ricchezza del messaggio del Pontefice e le spinte che egli ha dato in questa regione del mondo insieme così ricca e così povera.

Perché è vero che in Myanmar Francesco non ha usato la parola “Rohingya”, ma ha parlato di tutte le minoranze (Kachin, Chin, Karen, Naga, Kaya,…) che subiscono le stesse cose dei Rohingya senza mai assurgere agli onori della cronaca. E il Papa di Roma ha detto che è necessaria la cittadinanza per tutti, la distribuzione della ricchezza, la collaborazione per edificare la pace nella società birmana. I decenni di dittatura militare hanno creato ferite quasi insanabili, violenze e guerre, ma il Pontefice ha chiesto a tutti, anzitutto ai cristiani, di perdonare e lavorare per la riconciliazione per allontanare lo spettro di una guerra in cui tutti perdono.

Per questo Papa non è importante il tribunale mediatico o la condanna, ma tracciare delle piste costruttive di speranza. È per questo che in entrambi i Paesi, in Myanmar e Bangladesh, si è rivolto ai giovani per sostenere il loro entusiasmo e proporre un cammino di speranza nel futuro. I giovani che emigrano, che accettano lavoro come schiavi, o che imbracciano le armi rischiano di vivere come disperati. Francesco ha chiesto ai giovani cristiani di essere catalizzatori di speranza. Questo significa non rintanarsi più nel proprio gruppo etnico o religioso, nutrendo sospetto verso gli altri, ma aprirsi all’incontro, sostenuti dalla comune dignità di uomini.

La collaborazione fra religioni è l’altro pilastro di questo viaggio: con la maggioranza islamica in Bangladesh e con quella buddista in Myanmar è importante lavorare perché lo sviluppo in atto in questi due Paesi sia fondato sulla dimensione religiosa e non solo sul profitto, lo sfruttamento della manodopera e dei bambini schiavi, ma abbia a cuore il bene comune.

Francesco ha voluto incontrarsi con i leader delle religioni sia in Myanmar che in Bangladesh e con loro ha condannato  la violenza e il terrorismo che manipolano il nome di Dio, ma soprattutto ha spinto a impegnarsi insieme per una società al cui centro vi è l’uomo, a qualunque etnia appartenga, perché egli è a immagine di Dio. 

Un’ultima parola sulle Chiese di questi due Paesi, piccole minoranze spesso nel ciclone della persecuzione. Il papa ha elogiato i cristiani che pur essendo un “granello di senape”, danno ristoro alla popolazione e ai poveri in Bangladesh e Myanmar. La stima di cui i cristiani godono è dovuta anzitutto al loro servizio: scuole, ospedali, cooperative agricole e di lavoro. Ma in questo servizio, la gente scopre con meraviglia i motivi dell’amore di Cristo. Non per nulla, sia in Bangladesh che in Myanmar la Chiesa cresce ogni anno, vi sono abbondanti vocazioni e queste piccole comunità inviano già missionari in altre terre.

GUARDA LA NOSTRA GALLERY DEL VIAGGIO

 

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