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Tutto per le 99 pecorelle

18.08.2014 - aggiornato: 08.10.2014 - 10:00

di Claudio Mésoniat

(FOTO FIORENZO MAFFI)

Secondo me padre Callisto è stato un dono per la Chiesa ticinese. Se devo cercare di descrivere il suo tipo di carisma (che significa, appunto, dono) mi vengono subito in mente un paio di immagini usate da papa Francesco.

Quella della Chiesa che oggi deve rendersi conto di essere un ospedale da campo; un ospedale, per completare l’immagine, nel mezzo di una pandemia il cui virus colpisce e distrugge l’uomo nella sua intimità più profonda, convincendolo di essere nulla. L’altra immagine è la riedizione, sempre in chiave contemporanea, della parabola della pecorella smarrita: gli uomini di Chiesa –dice Bergoglio con riferimento in particolare a vescovi e preti– devono rendersi conto che delle 100 del gregge sono 99 le pecorelle che si sono smarrite, e che non ha molto senso stare a «pettinare» l’unica rimasta.

Nell’ultima intervista data al GdP nel maggio scorso padre Callisto confermava di essere in piena sintonia con questo Papa, per il quale la Chiesa non deve aver paura di «incidentarsi» frequentando le periferie. «È un po’ la caratteristica che ha sempre determinato il mio apostolato», ci diceva raggiante padre Callisto. Su questo non ho dubbi, anche se confesso di avere per qualche tempo confuso la sua presenza con un certo presenzialismo dettato dal carattere e dalla personalità focosa.

No, dentro il suo cuore –negli ultimi anni un po’ più di maturità nella fede mi ha permesso di capirlo– il fuoco che ardeva era quello di chi non sopporta che Cristo non sia conosciuto dagli uomini, uomini, ci diceva profondamente addolorato sempre in quella intervista, «che non riescono a superare dei momenti difficili e arrivano perfino al suicidio.

L’immensità del dono della vita è una risposta a quel Padre che è nei cieli, che ci ha creati e che ci ha predestinati a essere con Lui». Ecco spiegato perché un uomo così non poteva temere di spingersi in tutte le periferie, nelle solitudini e nelle lontananze anche più inconciliabili, all’apparenza, con il cristianesimo e con la Chiesa. Ecco perché un uomo così non poteva farsi frenare nelle sue vulcaniche iniziative dalla possibilità di commettere degli errori. Delle sue iniziative, parleranno nei prossimi giorni coloro che più direttamente le hanno condivise.

Da Comunità Famigliare al rilancio dei conventi del Bigorio e della Madonna del Sasso, sino alla «pupilla dei suoi occhi», la parrocchia del Sacro Cuore a Bellinzona. Qui, Callisto ha osato e sperimentato tutto quello che l’inventiva della sua umanità infuocata dalla fede gli poteva suggerire. Voglio solo citare, come piccolo sigillo di una pastorale che sapeva ricuperare il meglio della tradizione (in particolare francescana) coniugandolo con le forme in cui si esprime la sete di Dio nel cuore dell’uomo contemporaneo, la sua passione per il presepe: della bellezza di queste opere d’arte della fede popolare la chiesa del Sacro Cuore si riempiva ogni anno in ogni suo anfratto (anche in collaborazione –più di recente– con il concorso indetto dal nostro giornale e sempre da lui ispirato e guidato).

 

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