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Un restauro durato 7 anni o 70?

11.10.2017 - aggiornato: 11.10.2017 - 14:35

Il vescovo emerito Grampa ricorda il precedente e lungo lavoro di restauro della Cattedrale di Lugano e l'ultimo, "di nobile semplicità e di nobile bellezza".

© Foto Chiara Zocchetti

di Pier Giacomo Grampa

 

A tanti sono parsi molti i sette anni di lavoro iniziati nel 2010 e ultimati nel 2017 per il restauro della Cattedrale di San Lorenzo. In verità furono dodici gli anni impiegati, perché occorre partire dal 2005, quando venne incaricato l’architetto Franco Pessina di farsi carico della fase finale del restauro ed il Vescovo del momento di impegnarsi nella raccolta dei 15 milioni preventivati per mettere mano all’opera. Ma occorre piuttosto risalire al 1948 quando col vescovo Angelo Jelmini si iniziò ad intaccare il precedente restauro, voluto dal vescovo Alfredo Peri-Morosini e realizzato dall’architetto Augusto Guidini.

Infatti nel 1948 venne rimosso il sontuoso pulpito detto del Vescovo, ponendo il problema di una nuova sistemazione liturgico-architettonica della Cattedrale. Nel frattempo la Chiesa Cattolica visse quell’evento innovatore che fu il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il primo documento approvato dai Padri Conciliari fu quello riguardante il rinnovamento della liturgia, che nella nostra Diocesi, almeno a livello di Clero, trovò accoglienza calorosa per il contributo vivace che aveva 
saputo offrire alla Riforma liturgica, come bene documenta lo studio di Timoteo Morresi col suo lavoro “Il contributo della Diocesi di Lugano alla riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II” (Europress F.T.L.).

L’entusiasmo fu tale durante l’episcopato del vescovo Giuseppe Martinoli che portò alla rimozione non autorizzata delle balaustre e del secondo pulpito voluto da mons. Alfredo Peri-Morosini ed alle prime proposte di un nuovo intervento globale. Si creò un clima di tensione ed incomprensione tra le Commissioni diocesane di liturgia e di arte sacra e quella dei monumenti storici. Le proposte dell’architetto Tita Carloni prevedevamo anche interventi invasivi, ritenuti non rispettosi delle decorazioni pittoriche di Ernesto Rusca di Rancate e in generale della storia passata dell’edificio.

Particolarmente ostica si era rivelata la progettazione della nuova area del presbiterio, il cui spazio liturgico si voleva adeguare ai dettami del Concilio Vaticano II. Si richiese quindi un lavoro supplementare di studi di ricerca storica, archeologica ed architettonica nell’intento di ricuperare tutti i dati  e le informazioni possibili, affinché le future scelte di restauro si fondassero su ipotesi di partenza chiare e possibilmente oggettive. In pratica non se ne fece nulla, anche per mancanza di fondi. Due studi, uno di Edoardo Agustoni e l’altro di Anastasia Gilardi, raccolgono notizie interessanti sui restauri e le ricerche eseguite dopo il 1912.

Negli anni Novanta del secolo scorso l’architetto Tita Carloni presentò, su incarico del vescovo Giuseppe Torti, un nuovo progetto di intervento perché il degrado della Cattedrale presentava livelli sempre più preoccupanti per l’umidità di risalita, il deterioramento della facciata e l’azione dei sali sugli affreschi, oltre al desiderio di rispondere alle sentite esigenze liturgiche e pastorali. Venne autorizzata una prima fase di lavori che riguardavano: la facciata, la cappella della Madonna delle Grazie, la torre campanaria e la zona più in disordine del tetto in piode. Poi i lavori si arenarono perché l’Ufficio dei beni culturali non approvò il progetto riguardante l’interno dell’edificio, che prevedeva interventi di alleggerimento anche sugli affreschi e la decorazione pittorica.

Tutti questi contrasti, confronti e opposizioni convinsero il committente ad accettare la condizione irrinunciabile, posta dall’Ufficio dei beni culturali, di mantenere il contenitore così come era uscito dal restauro Guidini, con i diversi elementi già rimossi nel tempo e di limitarsi alla realizzazione di un nuovo presbiterio in un nuovo equilibrio di armonia spaziale e di riqualifica architettonica.

Così si è proceduto all’adeguamento del presbiterio alle nuove esigenze liturgiche, volute dal Concilio, che papa Francesco in un suo recente intervento ha dichiarato “irreversibili”; ci si è preoccupati di conservare i tesori d’arte e di restaurare tutta la decorazione pittorica, i marmi, i gessi, le vetrate e la quadreria. Si è promosso il restauro dell’organo Mascioni che taceva da oltre trent’anni; si è realizzato il rinnovo dell’impiantistica: riscaldamento, illuminazione, amplificazione della voce; è stata restaurata la cappella di Santa Teresa, ridiventata cappella del Sacramento, come spazio celebrativo per i giorni feriali; sono state rinnovate le sacrestie con costruzione di nuovi spazi per il deposito dei paramenti e di tutti gli oggetti finalizzati al culto; si è costruito un nuovo spazio espositivo per un museo dove raccogliere ed ordinare gli oggetti d’arte come l’imponente vasca battesimale del 1600 e il frontale dell’organo cinquecentesco; si è pensato a nuovi servizi igienici degni di questo nome.

Un lavoro immane che ha coinvolto centinaia di aziende, di maestranze e restauratori locali tutti importanti per il raggiungimento del risultato finale. Il grande lavoro svolto può essere ritenuto un esempio di equilibrio e di armonica unità, al contempo molto moderna per i nuovi arredi disegnati dall’architetto Pessina e molto rispettosa della storia precedente.

Un restauro di nobile semplicità e di nobile bellezza che, rubando le parole al cardinale Martini, permette di cogliere la Cattedrale come uno stupendo intreccio di Misteri: il Mistero dell’uomo  e della sua operosità nelle diverse epoche della sua storia; il Mistero della Chiesa locale, quindi di un popolo e di una città; il Mistero di Dio, essendo la Cattedrale luogo privilegiato della sua presenza, che abbraccia l’uomo offrendogli la possibilità di raggiungere e penetrare il Mistero del suo vivere e morire per vivere per sempre.
 

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