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Una richiesta che non è una rivoluzione

23.10.2017 - aggiornato: 23.10.2017 - 14:42

Il commento di Robi Ronza ai referendum per l'autonomia di Lombardia e Veneto: "Si tratta di una facoltà che esse hanno, ma l'iniziativa non sarà facile da portare avanti".

© AP Photo/Luca Bruno

di Robi Ronza

 

I due referendum consultivi - che i governi regionali della Lombardia e del Veneto avevano convocato ieri per dare maggior forza alla loro richiesta di maggiore autonomia da Roma – si sono conclusi con un significativo successo. Alle 19 aveva già votato in Lombardia oltre il 31%  degli iscritti in catalogo e oltre il 50% nel Veneto (dove la votazione non sarebbe stata valida se non vi avesse preso parte almeno il 50% degli iscritti). 

Diversamente dal caso recente della Catalogna in Spagna, nella richiesta delle due Regioni italiane non c’è nulla di  rivoluzionario. Si  tratta di una facoltà che esse hanno a norma dell’art. 116 della Costituzione vigente. La freddezza con cui tutti i grandi poteri hanno seguito la vicenda ha però dimostrato quante e quali resistenze si oppongano in Italia a qualsiasi concreta riduzione del sostanziale centralismo che caratterizza lo Stato italiano sin dalla sua nascita nel 1860-65. Lo Stato italiano è una copia tardiva (e particolarmente mal riuscita) dello Stato francese, figlio della Rivoluzione e  del suo centralismo di marca giacobina. Con la caduta del fascismo e con la fine del Regno d’Italia la Repubblica, nata nel 1946, non a caso esplicitamente rifiutando il modello federale, tentò il compromesso dello “Stato regionale”. Vennero create le Regioni, che prima non esistevano, ma si tratta di enti territoriali che, diversamente dai Cantoni svizzeri, non godono di alcuna sovranità. Il loro potere legislativo e di governo si attua entro le strette maglie di minuziose leggi-quadro statali che la burocrazia centrale romana limita ulteriormente in mille modi. 

L’articolo della Costituzione che sancisce l’autonomia fiscale delle Regioni (come anche dei Comuni) resta inoltre fino ad oggi del tutto inattuato. Questo stato di cose sta diventando sempre meno sopportabile per le grandi Regioni del Nord la cui economia, e quindi la cui capacità di competere nel mondo globalizzato in cui viviamo, vengono compromesse dalla bassa qualità della pubblica amministrazione statale italiana. La domanda di maggiore autonomia di cui ai referendum di ieri è intesa a porre le basi per un rimedio a tale situazione.

Difficile ora è prevedere come si potrà poi procedere dal momento che la vicenda ha fatto chiaramente emergere che a un tale sviluppo si oppone un blocco di potere centrale burocratico, politico e para-politico molto “trasversale”. È significativo che lo schieramento pro e contro i due referendum attraversi al loro interno gli stessi partiti. Clamoroso al riguardo è il caso del Pd, partito di tradizione giacobina e quindi centralista per natura, che a Roma si dice contrario ma poi in Lombardia e in Veneto si dice a favore. Per ironia della sorte i vessilliferi dentro il PD delle due posizioni sono non soltanto entrambi lombardi, ma anche concittadini: da una parte del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, candidato in pectore del PD alla presidenza della Lombardia, e dall’’altro il bergamasco ministro della Agricoltura Maurizio Martina, unico nato a nord del Po in un governo come l’attuale, composto quasi esclusivamente di romani, toscani ed emiliani. Freddi verso i due referendum si sono pure dimostrate le direzioni nazionali, dunque con sede a Roma, sia dei sindacati che delle associazioni dell’industria e del commercio.

Gli stessi quotidiani romani Il Messaggero e Il Tempo hanno poi attaccato per settimane l’iniziativa della Lombardia e del Veneto con inusitata violenza verbale. Al di là della loro “curvatura” leggermente diversa, rispettivamente di sinistra e di destra, i due quotidiani sono espressione degli interessi del principale pilastro dell’economia di Roma, ovvero la burocrazia ministeriale parassitaria e il  suo indotto. L’ampiezza del fronte contrario i due referendum conferma dunque che con tale iniziativa i governi regionali lombardo e veneto hanno colpito nel segno; ma anche che non sarà certo facile portarla avanti.

 

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