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Un'occasione per mettersi in discussione

25.04.2017 - aggiornato: 25.04.2017 - 16:59

Contro chi pretende di azzerare la nostra identità storica e culturale, cristiana, per ripartire da una sorta di tabula rasa. L'editoriale di Claudio Mésoniat sulla questione dell'ora di religione.

© Crinari

di Claudio Mésoniat

Sulle prime verrebbe da scrollare la testa per come “la politica” si palleggia vanamente da un capo all’altro degli schieramenti l’annosa questione dell’ora di religione nella scuola, uno degli ultimi totem ideologici che –forse qualcuno lo spera- potrebbe ridare un po’ di smalto alle sbiadite contese culturali tra partiti e correnti. Non già contese tra destra e sinistra però, ma tra “laici” e “cattolici”, come nel Ticino dei “vecchi tempi”. Manuele Bertoli è rimasto tra i pochi ad appassionarsi ancora a simili querelles. Ma non sembra più crederci molto neppure lui. Tant’è vero che, steso un lungo elogiativo messaggio di accompagnamento all’iniziativa parlamentare elaborata di Matteo Quadranti (Winkelried del laicismo locale, in servizio permanente), nelle ultime righe, a orecchie basse, suggerisce al Parlamento di respingere l’iniziativa medesima, così come il Governo sembra avergli… suggerito. Il capo del DECS si incarica di tornare a discutere la questione con il vescovo, per trovare una via d’uscita, e tutto ricomincia da capo. Eppure qualche mese fa, se ricordate, una maggioranza sembrava raggiunta tra i gran consiglieri della Commissione scolastica, a favore della cosiddetta “soluzione mista”: opzione libera, per allievi e famiglie, tra insegnamento cristiano della religione e storia delle religioni aconfessionale (modello ripreso di recente da un’iniziativa non elaborata promossa da Fiorenzo Dadò). Ma il “fronte laicista” tolse la terra sotto i piedi… del tavolo commissionale ritirando una precedente iniziativa Sadis-Quadranti, che aveva dato la stura al più che decennale dibattito (condito di sperimentazioni e relativi rapporti) su come rinnovare l’insegnamento religioso nella nostra scuola. 

Ma proviamo ad uscire dalle cronache sconsolate dei tatticismi e delle fatiche di Sisifo cui la politica, peraltro, non può sottrarsi, e cogliamo l’occasione per riflettere su una questione che non è affatto di lana caprina, né per la nostra società né per la nostra Chiesa. Siamo in marcia verso una società sempre più caratterizzata da “pluralismo religioso e culturale” (ivi compresa la posizione di chi rifiuta ogni opzione religiosa), ci spiegano Bertoli e i suoi consulenti. D’accordo, sono dati di fatto. Il problema nasce quando i nostri interlocutori pretendono di azzerare la nostra identità storica e culturale, cristiana, per ripartire da una sorta di tabula rasa, dove sia lo Stato a inculcare nei giovani allievi qualche principio di “morale laica” e a fornire una lettura “scientifica” di ogni religione; è il progetto del nuovo corso di “Storia delle religioni”, che dovrebbe diventare obbligatorio per tutti nelle nostre scuole medie: una strategia pedagogica che sarebbe anche la più adeguata per integrare al meglio chi proviene da altre culture.  Invece qui casca l’asino: se non ci siamo “noi”, se non sappiamo chi siamo e a quale storia e cultura apparteniamo, come facciamo ad “aprirci agli altri”? “Adeguarsi ai tempi”, in realtà, significa oggi tornare a conoscere e capire una storia e una tradizione che sono ormai per la maggioranza dei nostri giovani degli autentici Ufo. Questa premessa è indispensabile, proprio perché ci sta a cuore, a noi non meno che ai nostri interlocutori, la capacità di aprirci e di accogliere davvero gli altri (atei o credenti, musulmani, buddisti...). Non è il relativismo (tutte le culture e religioni “vanno bene” e si equivalgono… perché in fondo insensate) che armonizzerà la società futura, ma un dialogo tra soggetti consapevoli delle proprie radici (senza escludere affatto chi ha ritenuto di doverle tagliare). Obtorto collo, lo riconoscevano tra le righe anche gli esperti dipartimentali che hanno tirato le somme della sperimentazione compiuta nel periodo 2010-13 in alcune scuole ticinesi, appunto con il sistema “misto” (che a noi pare senz’altro il più intelligente): “Gli allievi che seguono l’insegnamento religioso cattolico sono i più interessati allo studio delle religioni”. 

Se quanto appena detto dovrebbe renderci attenti all’importanza, per il futuro della nostra società, di garantire nella scuola il corso di religione cristiana aperto a tutti, pur offrendo in alternativa un corso di storia delle religioni aconfessionale, occorre però chiedersi, specie all’interno delle Chiese cristiane, come ripensare l’ora di religione tradizionale che mostra la corda in modo palese (e non solo per il progressivo assottigliarsi di chi la sceglie). Sbarazziamo però il campo da un pregiudizio radicato, comunque avvilente per il cristianesimo stesso: l’ora di religione non è affatto uno strumento di proselitismo. La famiglia e la comunità ecclesiale sono e resteranno sempre il luogo fondamentale di educazione alla fede, che si trasmette per incontri e rapporti strettamente personali (avendo a cuore il pieno rispetto della libertà anche all’interno della famiglia stessa). Quale può essere allora il contributo offerto dal corso scolastico di religione? Certamente la riscoperta della nostra identità, ma non solo in senso culturale, bensì più radicalmente in senso personale. Si tratta innanzitutto di accettare la sfida delle domande ultime sulla realtà che accomunano tutti, cristiani e non: che cosa cerco e amo? per cosa spenderei la vita? cosa significano il male e la morte? … solo per accennarne alcune. Il cristianesimo, come ai suoi inizi evangelici, dovrà sempre ripartire da questo fondo esistenziale, pena il suo inevitabile inaridirsi in un catalogo di riti e di precetti morali (cui purtroppo oggi è normalmente ridotto). Chi pone oggi, e dove, le grandi domande sul senso della vita (alle quali il cristianesimo stesso si pretende risposta)? Dovrà essere l’ora di religione confessionale a porle e coltivarle, più delle ore alternative. E in quest’ottica non sarà più tanto “la difesa del Ticino cattolico”, o un salvagente per conservare “le nostre belle tradizioni”. Ma un’occasione per tutti di mettersi in discussione.
 

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