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Aleppo, dove anche le lacrime sono finite

27.01.2017 - aggiornato: 22.03.2017 - 17:42

(FOTO) Terza puntata del nostro viaggio in Siria. Aleppo, dichiarata libera poco tempo fa, è ormai un cumulo di macerie. Sono rimasti solo i poveri. 

© Maria Acqua Simi/GdP

Dalla nostra inviata Maria Acqua Simi

 

Non c’è gloria, non c’è vittoria, non c’è onore tra le macerie di Aleppo libera. Per capirlo bisogna camminare per ore nel silenzio polveroso delle rovine della cittadella antica, tra le autobombe ormai arrugginite che costellano piazza Sabahbahrad dove un tempo lo Sheraton Hotel era il luogo di ritrovo per politici, uomini d’affari, ricchi turisti. È rimasto in piedi, con le sue vetrate frantumate dalle esplosioni, ma è ridotto a riparo per gatti randagi e topi, l’erba incolta dove un tempo vi era un prato verde e fiorito. 

Bisogna addentrarsi per le vie della città vecchia, fino ad arrivare alla grande moschea degli Omayaddi, per capire il dolore di chi ha perso tutto. Nella piazza antistante il minareto (anch’esso distrutto), troneggia una gigantografia del presidente Assad e, poco più avanti, tre soldati governativi si riscaldano tra le pietre frantumate dalle bombe con un fuoco di fortuna. Sono gli stessi uomini che abbiamo visto morire di freddo nella chiesa bombardata dei gesuiti, gli stessi che contendono la città metro per metro ai ribelli, ai curdi, all’ISIS. Sono gli stessi che laceri e affamati mantengono il presidio dell’antico suk, un tempo sede del Consolato svizzero. Solo lo stemma rossocrociato è rimasto intatto in questo orrore: in terra urina, mozziconi di sigaretta, il nero delle esplosioni, vetri rotti, chiodi, resti di proiettili e ordigni, i telefoni diplomatici distrutti insieme ai documenti sensibili. Qui, dove oggi l’unico segno di vita sono due cani scheletrici e rabbiosi tenuti alla catena, si erano asserragliati gli jihadisti di Jabat Al Nusra, che per mesi hanno tenuto in scacco il centro della città. 

Cosa è rimasto delle ambasciate, delle banche, delle bancarelle, della preghiera del venerdì e della Messa la domenica? Tutto dovrà essere ricostruito, domani. Ma l’oggi è pesante, soffoca, toglie il respiro. Lo si vede negli occhi del vecchio che ci offre del caffè turco per strada in cambio di pochi spicci: gira come sperso con il suo bollitore sporco, due tazzine di ceramica che spruzza con dell’acqua dopo che sono state usate. Miseria nella miseria, come quella che ci si presenta nelle fattezze di un ragazzino che spinge un carretto pieno di plastica e ferri vecchi. Proverà a rivenderli ai soldati, magari in cambio avrà un po’ di falafel. 

Dalla piazza ci spostiamo un po’ più in giù, dove c’era la linea del fronte (ma qui, lo si impara presto, ogni angolo era una linea del fronte. In una guerra dove tutti sono contro tutti, è difficile che sia diversamente). Il cielo è plumbeo: stormi di uccellini si muovono frenetici sopra la grande moschea. Uno, due, tre, quattro palazzi collassati su se stessi e poi eccola lì. Tra le macerie, la carcassa di un cane e un grande fumo che si eleva da due bidoni ammassati tra le rovine contorte: sono il guardiano della moschea e due soldati che preparano del caffè arabo sul fuoco, con un pentolino di ferro ammaccato e sporco. L'uomo ci vede arrivare, carichi delle nostre attrezzature fotografiche e dei nostri “già sappiamo” sulla guerra in Siria. Mi tocca il braccio e in arabo sussurra: guarda. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Piango nel silenzio, mi scuso imbarazzata ma anche lui ha gli occhi lucidi. «Sei venuta a portare tu le lacrime, perché noi le abbiamo finite tempo fa». Non è un rimprovero, ma una constatazione. 

La rassegnazione sembra la cifra di tutto. Intorno a noi ci sono solo negozi distrutti, le serrande abbassate crivellate di colpi. Mi soffermo in uno perché vedo spuntare una stoffa bianca: è identica a quella del mio abito da sposa e mi colpisce vederla lì, in mezzo allo schifo. Curioso tra la polvere, rimesto nella terra: ecco una cerniera, un metro da sarta, una macchina da cucire. Doveva essere una merceria, prima. Chissà che fine avrà fatto chi ci lavorava. Poco più in là ecco la via dove ogni martedì si teneva il mercato della lana, che qui è di fattura pregiata come tutte le stoffe di Aleppo. Nella via accanto, la sede dei giornali. L’insegna di Alghad (“Domani”, ndr) è corrosa dalla ruggine: tutte le redazioni non esistono più. 

Entriamo in una casa cristiana scoperchiata dai bombardamenti: in terra scarpe, sangue, una giraffa di peluche impolverata, chiodi. Già i chiodi: sono stati messi nelle bombe a gas per far male, per essere ancora più letali.

Chi abitava la città è fuggito: Germania, Libano, Svizzera, Italia, Australia o solo Damasco. Sono rimasti i poveri a fare i conti con la guerra: con il freddo, la mancanza di elettricità, i pozzi di acqua avvelenata o interrotta dai ribelli, le bombe, la fame. Le donne rimaste vedove, i giovani partiti per il fronte o uccisi. I bambini orfani, molti mutilati. Qui il male si è scatenato. E non importa se sia stato per mano dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Turchia, di Assad, dei ribelli, dell’ISIS, di Al Nusra o di chissà chi altro. Aleppo non esiste più. O almeno, questo è quello che vorrebbero farci credere. Non c’è onore, non c’è gloria qui. 

Padre Ibrahim, il nostro caro amico, mi abbraccia mentre mi mostra la cattedrale dei maroniti sventrata dalle bombe, così come la chiesa armena che ospitava un asilo che prima del conflitto arrivava a contare oltre 200 bambini. Con prudenza ci addentriamo tra le assi pericolanti dell’edificio e là in fondo, opposto all’altare, intravedo una copia della Sacra Sindone. È l’unica cosa rimasta in piedi, intatta. Mi fermo un momento a pregare, come non facevo da anni. E penso a questa città che porta le piaghe di Gesù e Gli domando di averne pietà. 

La voce di Andrea, l’amico in viaggio con me, mi richiama. Tra poco dobbiamo andare a visitare il convento dei francescani, dove ci sarà la distribuzione mensile del cibo e delle medicine alle famiglie che il Giornale del Popolo sostiene da due anni. «Vedrai quanto bene che c’è qui», sorride padre Ibrahim. «Non piangere, vedrai!!!». 

Ci incamminiamo. Ed ecco alcune vie dove qualche bancarella ha riaperto, per strada donne e bambini raccolgono l’acqua, battono i tappeti, cucinano. Un bimbo sfreccia con una bicicletta scassata, tre ragazzine spiano la vetrina dove sono esposti gioielli e preziosi. Le luci sono accese, la corrente per qualche ora andrà. Vivere si può, nonostante il male. 

Vivere si può.

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