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Aleppo, dove la carità è uno sguardo

03.02.2017 - aggiornato: 04.02.2017 - 16:35

REPORTAGE - Nella quinta e ultima puntata del nostro viaggio in Siria incontriamo i frati francescani, le suore trappiste, il Nunzio Apostolico e i volontari. (LE FOTO)

Padre Ibrahim con un bambino.

© GdP

dalla nostra inviata Maria Acqua Simi

 

Jibrine si trova alla periferia di Aleppo, dopo uno dei più grandi check-point istituiti dai militari di Assad per controllare ingressi e uscite. È lì che abbiamo deciso di dirigerci dopo aver visitato uno dei quartieri più poveri, Hanano, dove opera la Caritas. La strada per arrivarci costeggia tutta la zona industriale di quella che un tempo era l’area più ricca e virtuosa della città. Dal finestrino vediamo scorrere le macerie della grande e imponente centrale idroelettrica - che prima della guerra dava acqua e luce a tutta la popolazione - e poi quella che doveva essere la centrale della polizia, oggi anch’essa semi-distrutta. Il resto diventa un paesaggio quasi monotono: le buche, la macchina che sobbalza, e fuori decine e decine di case e fabbriche collassate e sventrate dai bombardamenti. La neve, caduta la notte prima, rende tutto quasi irreale. Ovattato. 

Ma a Jibrine, uno dei più grandi campi rifugiati della zona, la miseria non potrebbe essere più reale. In queste fabbriche dismesse hanno trovato riparo migliaia di persone, spesso stipate in angusti spazi. Sono perlopiù famiglie musulmane o nomadi vicine ai ribelli evacuati dopo la liberazione della città. Fuori dai capannoni in cemento, i panni stesi al freddo, il fango, i pidocchi. Moltissimi i bambini che vagano inseguendo qualche gallina, a piedi nudi. Senza giacca. Il resto sono perlopiù donne, perché gli uomini sono al fronte, o dispersi.  

«Mio marito combatte con i Daesh», ci dice con aria di sfida una donna velata, tre bambini al seguito. Ma che questa gente sia legata all’ISIS, ad Al Nusra o al fronte dell’opposizione, è poco importante agli occhi delle organizzazioni umanitarie che lavorano nel campo per aiutare. Sono decine: Caritas Syria, la Mezzaluna Rossa, alcune ong del Nord Europa e poi UNHCR e UNICEF, le agenzie ONU che in loco lavorano tramite delle ong sunnite. Tutte si occupano di approntare dei piccoli locali dove i rifugiati possono dormire, di distribuire latte in polvere per i più piccoli, acqua, stufe per l’inverno e cibo. C’è anche a chi ha pensato alcune attività di gioco per i più piccoli, ma nulla più.

Uno sguardo nuovo

 E così, nonostante il lavoro sia minuzioso e lodevole, noto una differenza sostanziale con gli aiuti forniti invece dalle Chiese locali, dai frati francescani (anche grazie al GdP e alla ONG Associazione Pro Terra Sancta), dalle suore che gestiscono l’ospedale St.Louis, da quelle che dirigono il collegio scolastico, i gesuiti, i salesiani come padre George Fattal e i suoi fratelli. Perché, ad Aleppo lo si intuisce presto, anche la carità ha bisogno di essere organizzata. E prima ancora, di avere una prospettiva che sia di lungo periodo. È per questo che la Chiesa vuole investire nell’educazione, nei giovani. «L’emergenza certo va affrontata», spiega padre Ibrahim, «perché acqua, cibo, luce e gas sono i bisogni primari. Anche noi lo stiamo facendo, ci impegniamo ad estendere gli aiuti sanitari - come l’assistenza economica alle donne incinte, il pagamento del dentista o delle spese ospedaliere- e anche ad aiutare a sanare i debiti contratti da alcuni cittadini con le banche. Abbiamo istituito un registro per ognuna delle migliaia di famiglie aiutate.  Ma questa è solo una parte del bisogno che c’è. Noi frati siamo certi che è necessario guardare avanti, al futuro del Paese. Ecco perché qui stiamo pensando a come aiutare questo sviluppo. Sogniamo nuovi spazi per i nostri scout, il doposcuola per tanti ragazzi che sono rimasti indietro con l’insegnamento scolastico a causa del conflitto, di far ripartire tutte quelle scuole chiuse durante la guerra. 

Quest’anno abbiamo sostenuto alcuni giovani universitari che hanno continuato a frequentare i corsi nonostante tutto. Come? Comprando loro il computer per scrivere la tesi di laurea, o sostenendoli nei piccoli bisogni materiali. Sono cose piccole, briciole in questo deserto di dolore. Ma ci proviamo. Anche per questo non ci siamo fermati e abbiamo iniziato ad aiutare anche le giovani coppie a trovare lavoro o a ricostruire le case». Un altro punto fondamentale è cercare di lavorare insieme. «Non possiamo concepirci da soli», aggiunge padre Firas, francescano. 

«Insieme, è possibile»

«E così abbiamo cominciato a darci una mano gli uni con gli altri. Noi distribuiamo il pacco alimentare a 3mila famiglie, ma non eravamo in grado di assemblarlo. Siccome sapevano che la Chiesa greco-ortodossa qui già da prima della guerra aiutava i poveri in quel modo, abbiamo chiesto loro di insegnarci e abbiamo iniziato la distribuzione. Al contempo altre realtà che si trovano a dover affrontare questa crisi, chiedono a noi di aiutarli. E così, insieme, si riesce ad allargare il raggio di azione. E ad aiutare tutti: cristiani, musulmani non importa. Si fa insieme. La carità è guardarsi, è uno sguardo».
 Ascoltandolo mi rendo conto che qui, dove ogni cardine della vita civile è saltato, è solo uno sguardo così ampio e pieno di speranza a poter generare un popolo nuovo, forte, capace di costruire. Ne è certo anche il card. Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria fin dal 2008 per volere di Benedetto XVI. «La carità è decisiva, ma è necessario che sia coordinata e trasparente. Questo è il nostro impegno qui: aiutare le centinaia di realtà della Chiesa presenti a coordinarsi tra loro. La parola chiave è coordinamento: le risorse non sono immense, il bisogno è enorme, quindi dobbiamo cercare di gestire al meglio gli aiuti umanitari e scegliere anche delle priorità. Dai bambini, fino alla situazione sanitaria che in Siria è disastrosa… basta pensare a tutti gli ospedali messi fuori uso dai bombardamenti in questi anni. La Chiesa cattolica ha cinque ospedali in Siria, che però fanno fatica a mantenersi perché non hanno nessun aiuto eppure cercano di offrire assistenza a tutta questa gente che non ha da pagare il servizio sanitario». Ma la cosa più importante, ribadisce, è la presenza cristiana. «I cristiani – anche se purtroppo in molti se ne stanno andando – sono una presenza decisiva qui. Perché mediano, fanno da cuscinetto oggi che si sono acuite le tensioni tra sciiti e sunniti. Sono appena stato ad Aleppo e la situazione è disastrosa. 

Ancora una volta però ho constatato che l’importante è essere vicini alla gente, essere sul posto. Lo dico sempre anche ai preti, ai religiosi e alle religiose: le nostre tasche non sono piene di soldi, ma ciò che è importante e dà un valore aggiunto è la nostra presenza; ho visto che anche nei villaggi dove vivono cristiani e musulmani tutti apprezzano quando rimane il prete o il religioso, perché la presenza di un uomo di Dio dà conforto. In Medio Oriente questo conta molto, contano i valori religiosi e la presenza di una persona consacrata, per tutti, cristiani e musulmani. Per questo rimaniamo». Zenari è diventato cardinale il 19 novembre scorso, nell’ultimo concistoro voluto da papa Francesco. 

Gli domandiamo a bruciapelo come mai sia rimasto in Siria, nonostante la nomina. «Vede, per me è stato un segno bellissimo. Perché la porpora significa il sangue dei martiri. E qui c’è un popolo che vive il martirio. In questo senso essere nunzio in Siria con il titolo cardinalizio e con un sostegno così forte del pontefice è, al contempo, un onore e un onere. La mia missione riceve un valore aggiunto inestimabile. In questo Paese vi è ancora spazio per la diplomazia, bisogna tentare di aprire tutti gli spiragli possibili. Anche a fronte di posizioni sempre più estreme, la vocazione della diplomazia è quella di tentare l’impossibile». Tentare l’impossibile è la cifra di chiunque abbia deciso di rimanere. Come le suore trappiste che ad Azeir, al confine con il Libano, hanno eretto un monastero di clausura, miracolosamente scampato ai bombardamenti. Sono cinque suore (più una novizia) e il cappellano francese. Una comunità di sette persone, come erano sette i monaci uccisi nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, e raccontati mirabilmente dal film Uomini di Dio. «Dopo quanto accaduto a loro, abbiamo sentito l’esigenza di venire qui. A pregare, nel silenzio. Perché la testimonianza che ci hanno lasciato quei monaci è stata di una vita totalmente offerta a Dio e agli uomini che li circondavano, musulmani e cristiani. Ed è questa l’intenzione che muove anche noi,  che ci fa rimanere e che rinnova la nostra adesione a Cristo come l’unica fonte a cui attingere ciò che fa vivere». Le abbracciamo e partiamo. Questa volta per lasciare la Siria. E tornare a casa.

 

 

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