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A Damasco e Homs i bimbi disegnano bombe

26.01.2017 - aggiornato: 30.01.2017 - 15:18

(FOTO E VIDEO) Seconda puntata del nostro viaggio in Siria. Partiamo dalla Capitale per dirigerci verso la nostra meta: Aleppo. Sulla strada, macerie e gente allo stremo.

Una strada di Damasco.

© Maria Acqua Simi/GdP

Una strada di Damasco.

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La targa indicante il luogo della conversione di San Paolo.

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Dalla nostra inviata Maria Acqua Simi

 

Partenza per Aleppo. Damasco alle prime luci del mattino, dopo una notte di pioggia e bombardamenti, sembra irriconoscibile. Il cielo si specchia nelle pozzanghere sporche, polverose, prima di scomparire in mille rivoli sotto le ruote del nostro taxi.

L’autista, Ahmadi, non parla inglese. Con lui abbiamo concordato solo il prezzo del viaggio: 35 dollari, una fortuna perché qui lo stipendio mensile medio si aggira sulle 20mila lire siriane che oggi corrispondono a 40 dollari. E in un Paese dove i prezzi di tutto sono schizzati alle stelle, diventare autista può essere la salvezza. Per rendercene conto ci è bastato girare a piedi per le strade damascene: 8 dollari per 1 kg di carne, 50 per affittare una stanza, 300 lire siriane per 1 litro di acqua (che per inciso non si trova praticamente più). Un litro di gasolio prima della guerra si aggirava intorno alle 15-17 lire siriane: rapidamente è salito a 35 e adesso fare benzina costa 200 lire al litro (4 dollari). Anche lo zucchero ha subito un’impennata, perché a causa dell’embargo imposto dall’Occidente è quasi impossibile trovarne: se un tempo un kg di zucchero era attestato sulle 8 lire siriane, oggi lo si trova a non meno di 400 lire a Damasco (sotto i ribelli arriva a mille lire). In auto ci chiediamo senza parlare quanto costerà un parabrezza: quello del nostro taxi è completamente distrutto ma i frati ci hanno assicurato che l’autista, musulmano, è uno dei migliori che conoscano.

Lasciato il convento di Bab Touma (San Tommaso) che ci ha ospitati per due notti, siamo pronti per il lungo viaggio verso la meta principale del nostro reportage: Aleppo. I primi check point per uscire dalla capitale sono serrati - non abbiamo più il lasciapassare della chiesa locale - ma allontanandosi dal centro i controlli diventano via via più veloci e la miseria di questi soldati sempre più evidente: si riscaldano con fuochi di fortuna, sono armatissimi ma emaciati, le divise logore. Da sei anni servono il presidente Bashar al Assad spesso senza vedere una paga adeguata, senza prospettive. Molti sono caduti, tanti sono fuggiti. Ogni giorno nel centro della città i punti di arruolamento si riempiono di ragazzini la cui età cala esponenzialmente di anno in anno. Ieri in coda, ad aspettare l’idoneità o a sperare di vederla respinta, vi erano centinaia di 15/16enni. Spesso accompagnati dalle madri. “Non vi è nessun onore fuori dalla patria”, dice un proverbio siriano. Loro lo sanno bene, per questo sono in fila per il reclutamento. Ma tanti altri non devono aver pensato così, e sono fuggiti all’estero. Disertando.

La corsa folle dell’autista prosegue, interrotta solo dalle frenate improvvise per i continui dossi. Ci lasciamo alle spalle Damasco, le sue luci e il suo brulicare di vita nonostante tutto. Poco a poco ecco i sobborghi delle periferie, arroccati sulle montagne: sembrano favelas brasiliane. Migliaia di baracche e minuscole casupole in pietra, con poche luci (se l’elettricità a Damasco è un bene di lusso, lì è solo un miraggio) dove vivono soprattutto i rifugiati interni: famiglie provenienti da Hassake, Qamishli, Aleppo, Homs, Hama. Sono le famiglie dei poveri o di quella che un tempo era la classe media, oggi inesistente nel Paese (i ricchi sono tutti fuggiti all’estero). Alcune di loro - sia cristiane sia musulmane - hanno trovato qualche aiuto nella capitale. Uno di questi centri si trova nella parrocchia del memoriale di San Paolo, luogo dove tradizionalmente (ieri il calendario liturgico commemorava proprio questo evento) il Signore apparve all’apostolo.

Suor Iole è la responsabile dell’asilo: qui vengono accolti oltre 200 bambini siriani provenienti da famiglie in difficoltà. «Molti di loro hanno vissuto solo la guerra, sono nati nella guerra» racconta. «Ma se i bambini cristiani hanno comunque ricevuto un’educazione dai loro genitori che li aiuta a essere più sereni, quelli musulmani fanno molta più fatica. Tutti, però, hanno dei traumi: uno di loro, cinque anni, disegna solo mezzi militari e in nero. Non riusciamo a fargli cambiare soggetto o colore. Disegna ossessivamente solo mezzi militari. Altri nascondo il cibo per paura che finisca, quando distribuiamo il pranzo».

Le suore del cuore immacolato e i frati francescani hanno quindi creato un asilo privato - che è però sostanzialmente quasi gratuito - e dunque possono accogliere chi non ha i mezzi per mandare i figli a scuola. Le classi sono affollate: 50 bimbi per aula e i mezzi sono pochi. Accanto a questo, sono sorte altre sue attività: una per il sostegno psicologico ai minori traumatizzati e un’altra di accoglienza e cura dei rifugiati malati di cancro. Questo inverno hanno comprato giacche per i bambini (il prezzo medio di un cappotto è 35 dollari, una fortuna), pigiami per i più piccini e una fornitura base di gasolio perché le famiglie possano far andare i generatori qualche ora al giorno almeno durante la parte più rigida dell’inverno.

«Per tutti, i due problemi più grandi sono la mancanza di mezzi e la stanchezza per questa guerra logorante che mina la dignità e l’unità delle famiglie. Ma siamo nelle mani della Provvidenza, e finora non ci ha abbandonato», sorride suor Iole. «Abbiamo dovuto reinventare un nuovo modo di vivere la carità» le fa eco padre Raimondo, custode del memoriale. Li, dove un tempo accoglievano pellegrini da tutto il mondo, ora arrivano solo rifugiati mancanti di tutto.

Lo sanno bene anche padre Bajhad, padre Antonio e padre Fadi che in tutta Damasco stanno approntando progetti di aiuto nell’emergenza. Pur essendo loro stessi nell’emergenza: i conventi sono tutt’altro che ricchi. Anche da loro fa freddo, mancano acqua e luce. Vivono loro stessi le privazioni della gente che accolgono.

Uno scossone per un dosso all’ennesimo check point ci riporta alla realtà. Dopo quasi tre ore di strada nel deserto, ecco apparire una città fantasma. Siamo alle porte di Homs.

 

IL VIDEO: HOMS DEVASTATA DALLA GUERRA

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