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A Deir Mimas, tra chi ha perso tutto

25.01.2017 - aggiornato: 26.01.2017 - 10:43

Reportage - Prima puntata del viaggio tra Beirut, Damasco, Aleppo e dintorni. Con padre Toufik, della Custodia di Terra Santa, incontriamo i profughi fuggiti soprattutto dalle violenze dell’ISIS.

Padre Toufik con due giovani profughe.

© Foto GdP

Due bambine di Qaraqosh rifugiate a Deir Mimas.

© Foto GdP

Padre Toufik.

© Foto GdP

Situazione ad Homs: distrutta e parzialmente disabitata a causa della guerra. 

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Situazione ad Homs: distrutta e parzialmente disabitata a causa della guerra. 

© Foto GdP

Situazione ad Homs: distrutta e parzialmente disabitata a causa della guerra. 

© Foto GdP

di Maria Acqua Simi

 

Beirut pulsa di vita. Una nuova sferzata dovuta all’elezione di un Governo e di un presidente - dopo due anni di vuoto politico - sembra infatti averle restituito un po’ di quel vigore che anni di corruzione, lotte intestine e l’enorme crisi dei profughi siriani avevano minato. I problemi, certo, non sono finiti con l’elezione di Michel Aoun alla carica più alta della Repubblica. Basta poco per rendersene conto: l’elettricità in tutto il Paese salta dalle sei alle 12 ore al giorno, a seconda della zona. Chi può permetterselo si affida alle corrotte e costosissime lobby dei generatori, che a prezzi esorbitanti assicurano però un valida alternativa all’interruzione di corrente. E se in qualche modo la vita continua, certamente non rendono le cose facili i continui tagli alla fornitura d’acqua in molte regioni o la totale assenza di trasporti pubblici sull’intero suolo nazionale. 

Nonostante tutto, però, il Paese ha retto. E oggi rimane meta privilegiata per i due milioni di rifugiati in fuga dalla guerra in Siria e Iraq. Beirut però non può permettersi di riconoscere nuovi campi profughi (vi sono già quelli palestinesi, proliferati senza legge né controllo da oltre 40 anni), la pressione esercitata sull’economia dalle nuove ondate migratorie è enorme e così tutto viene affidato alla solidarietà e carità dei privati, delle ong, o delle chiese.

In attesa di completare le pratiche del visto d’ingresso nella Repubblica siriana, prossima tappa del nostro viaggio, decidiamo così di visitare alcune missioni dei frati della Custodia di Terra Santa che in Libano si occupano di minori abbandonati, giovani donne in difficoltà e soprattutto dei rifugiati. 

I centri principali si trovano a Tiro, Deir Mimas e Tripoli. Lasciata Beirut, ci dirigiamo così verso il Sud del Paese, costeggiando il mare. Dal finestrino scorrono campi di bananeti: sono centinaia, quasi tutti di proprietà di Nabih Berri, un ex generale sciita che dal 1990 è presidente del Parlamento. Carica che, nonostante l’età, non intende lasciare. Non è stagione di raccolta, è difficile scorgere qualcuno tra l’enorme intrico di alberi e il pensiero corre subito a quei terreni oggi così ricchi eppure insidiosi a causa delle mine anti-uomo piazzate da israeliani e palestinesi nella guerra degli anni Ottanta. 

«Non sono mai stati bonificati fino in fondo, così il pericolo resta alto per chi ci lavora», racconta padre Toufik mentre è impegnato a guidare sui tornanti. La strada che dalla capitale libanese si snoda tra le montagne - fino a lambire il confine con l’innominabile Israele - è trafficata e piena di check-point. I posti di blocco sono meno rigidi di qualche anno fa: i soldati quasi sonnecchiano, in questo inverno incredibilmente mite. Superato l’ultimo avamposto, presidiato da UNIFIL (la missione ONU che dal 1978 mantiene l’ordine sul confine libano-israeliano), ecco Deir Mimas. Al posto dei bananeti, gli olivi. Centinaia di filari, ordinati, su un terreno incredibilmente verdeggiante. Una volta territorio occupato dagli israeliani, oggi è diventata un po’ terra di nessuno. I libanesi che risiedono stabilmente nel paesino sono pochi: la maggior parte di loro si è trasferita a Beirut e oggi affitta le case ai profughi, perlopiù iracheni, che da due anni hanno trovato riparo qui in fuga dall’ISIS. 

I profughi

Padre Toufik ogni domenica si alza all’alba per celebrare la Messa ai cristiani latini di Tiro e poi, un’ora dopo, a quelli di Deir Mimas. Per loro - anche se sono in pochi - è un segno concreto della fedeltà di Dio. «Abouna, grazie di essere qui», continuano a ripetergli. Lui sorride, e ascolta i bisogni di tutti. Lo fa nel salone sotto la chiesa, con quattro divani malandati messi in cerchio, mentre le donne servono biscotti al sesamo e caffè arabo. «Questo è il momento in cui mi sembra di essere ancora con i miei amici in Iraq, a Qaraqosh», mi sussurra in un inglese stentato Hanna, seduta di fianco a me. Lei e la famiglia sono scappati nell’agosto del 2014, quando le armate nere del Califfato conquistarono tutta la piana di Ninive. Una donna dallo sguardo stanco racconta di essere arrivata in Libano grazie a un amico sacerdote. Accanto a lei c’è Youssef, un passato da rivenditore di trattori della FIAT a Mosul e una famiglia oggi sparsa tra Libano, Svezia e Germania. «I daesh (l’ISIS, ndr) ci hanno portato via tutto, sapete? Le case, le chiese, le scuole. Tutto», ribadisce con voce decisa Ahmjat, padre di tre figli, una volta venditore di antenne paraboliche. 

Tutti qui hanno una storia unica e irripetibile da raccontare: Zuhir era maestro alle scuole elementari di Qaraqosh, Yasser era il custode di una delle chiese della città, Samaan studiava all’università, suo padre invece aveva un allevamento di mucche. Cristiani, da sempre, si sono ritrovati a elemosinare una casa, delle medicine e una scuola per i figli in un Paese straniero. I frati hanno intercettato questi bisogni e si sono attivati per rispondere, anche se non è semplice. Ci sono gli affitti di queste famiglie da pagare, il gasolio per garantire un minimo di riscaldamento durante l’inverno, le rette delle scuole almeno per i bambini più piccoli, le medicine per gli anziani. E sebbene le condizioni a Deir Mimas non siano idilliache, i rifugiati su una sola cosa sono concordi: «Non torneremo mai più a Qaraqosh». Lo ripetono rassegnati, tutti. «Non torneremo. Non c’è più niente là. Sappiamo che è stata liberata qualche settimana fa ma non torneremo. Perché dopo che è stata liberata abbiamo visto cosa è successo alle nostre case, che sono state vendute ad altri. Abbiamo visto cosa è accaduto alle nostre chiese, distrutte e sfregiate dall’ISIS per vendetta. E come beffa ultima, oggi tutti i dirigenti del catasto - che un tempo erano cristiani - sono stati sostituiti da musulmani. Se anche tornassimo, non avremmo mai indietro la nostra vita. Gli equilibri sono cambiati per sempre, ISIS o non ISIS».

Ma qui, quale vita li attende? «Io ho 17 anni e in Iraq avevo i miei amici, la scuola, la mia famiglia. Ora mi trovo costretta a vivere lontana dal mio Paese e dalla gente a cui voglio bene», racconta Jilal. Chiediamo se riesca a perdonare chi le ha causato tutto questo, e la risposta è come uno schiaffo. «No, non ci riesco. Come faccio a perdonare chi mi ha tolto tutto?», sussurra con un misto di timidezza e rabbia. Le fa eco Samaan: «A volte mi chiedo quale colpa ho per dover vivere in questa condizione. Non ho nessun amico qui, sono da solo».  Tiene gli occhi bassi, ma si intuisce la domanda che prepotentemente deve avere nel cuore e nella testa da mesi: «Perché? Perché tutto questo dolore?».

La mamma di Jilal - l’unica a non aver parlato fino a quel momento - accarezza i lunghi capelli neri della figlia. Poi prende fiato: «Io a volte perdono, a volte non riesco. Ma so dove sta il bene, tante volte l’ho visto nella mia vita e so che Gesù nel Vangelo invita a perdonare chi ci ha fatto un torto. Allora, se siamo cristiani, dobbiamo almeno provarci. Ecco, provarci». Non aggiunge altro.  

In sala scende un silenzio bello, riflessivo. E del resto le sue poche parole sono state disarmanti anche per noi che scriviamo. Perché per la prima volta nella nostra vita abbiamo intuito - noi sempre abituati a confondere il perdono con la giustizia - che perdonare è un cammino. Non è una formula astratta, un atteggiamento da mantenere. Ma un cammino. Che passa da due ragazzi a cui è stato tolto tutto e che provano rabbia e dolore, fino a quello di questa madre che - pur avendo subito le stesse privazioni - lascia aperto un pertugio. Lascia spazio, cioè, alla possibilità che la misericordia di Dio sia molto più grande della nostra misura, della misura umana. Questa è la lezione imparata oggi, in questo villaggio sperduto del Sud del Libano. Sarà lo stesso per la gente di Aleppo, che incontreremo tra poche ore?

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