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"Iran, la sfida è cambiare il sistema"

03.01.2018 - aggiornato: 03.01.2018 - 18:20

Non si fermano le proteste contro il regime. Migliaia di giovani frustrati e senza lavoro sono stufi di vedere economia e politica in mano agli ayatollah. Parla l’analista Alberto Negri.

© EPA/STR

di Leone Grotti

 

Aspettative troppo alte, delusioni troppo grandi e un sistema economico-politico marcio fino al midollo. Sono le ragioni che hanno spinto migliaia di giovani a scendere in piazza in Iran, soprattutto nelle città della provincia profonda, per protestare arrivando perfino a chiedere la testa della Guida Suprema Ali Khamenei. Gli scontri vanno avanti dal 28 dicembre e hanno già portato alla morte di almeno 23 persone. Alcuni dei 450 arrestati rischierebbero inoltre la pena di morte.

Il bilancio si aggrava ogni giorno, mano a mano che la linea morbida scelta dal presidente Hassan Rohani per contenere i manifestanti lascia il posto al «pugno di ferro» di uno degli apparati repressivi meglio oliato dell’intero Medio Oriente: quello dei Pasdaran e dei Basiji fedeli agli ayatollah. «È la terza volta che vedo la piazza chiedere la testa di Khamenei», dichiara al Giornale del Popolo Alberto Negri, analista del quotidiano italiano Sole 24 Ore. «Il regime l’ha sempre avuta vinta, senza pagare un prezzo troppo alto. Vediamo che cosa succederà questa volta, ma di sicuro la protesta presenta più differenze che analogie con l’Onda Verde».

Nel 2009 in milioni protestarono contro la rielezione del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Perché i giovani sono scesi in piazza questa volta?

Per motivi economici. I dati sono sotto gli occhi di tutti: il 50 per cento della popolazione ha meno di 30 anni, circa il 40 per cento dei giovani non ha un’occupazione o è precario e ogni anno si presentano sul mercato del lavoro un milione di nuovi giovani. Quindici milioni di famiglie hanno redditi inferiori o di poco superiori ai mille euro al mese, che sono pochi anche in Iran, e tantissimi giovani di conseguenza non riescono a sposarsi. Una tragedia.

Da anni l’economia iraniana arranca. Perché le proteste sono scoppiate ora?

Da due anni, cioè da quando è stato firmato l’accordo sul nucleare del 2015, la gente aspetta ricadute positive sull’economia. Il presidente Rohani aveva promesso che con la rottura dell’isolamento internazionale dell’Iran sarebbero ricominciati gli investimenti e sarebbero stati creati milioni di posti di lavoro. Questi obiettivi sono stati disattesi e l’aspettativa dei millennials si è trasformata in frustrazione, che ora è esplosa. Ma al contrario del 2009 è soprattutto la provincia, dove il controllo del regime è meno capillare, ad essersi rivoltata, più che la capitale.

Le ragioni saranno anche economiche, ma gli slogan urlati dai giovani sono molto politici.

Non potrebbe essere altrimenti perché ogni volta che viene manifestato il dissenso in Iran si rivelano le vulnerabilità del sistema della Repubblica islamica. I problemi di fondo sono sempre gli stessi.

Quali?

Il primo è che la politica è dominata dalla classe dei religiosi, dal clero sciita e dai gruppi militari e paramilitari che negli ultimi anni hanno assunto ancora più potere, dopo l’intervento in Iraq e Siria. Il regime dunque è ancora più impenetrabile rispetto a prima.

E il secondo?

Riformare il sistema è quasi impossibile perché l’economia è nelle mani degli ayatollah. 

La famosa “Ayatollah Economy”.

Questo non è uno slogan, è realtà. In Iran quando si paga il conto di un grande albergo, di un ristorante o soltanto di un Zam Zam, la versione locale della Coca Cola, ci sono buone probabilità che i soldi stiano finendo nelle casse delle Fondazioni, le Bonyad, le istituzioni che dopo il ’79 incamerarono i beni dello Shah e quelli delle grandi famiglie. Le Fondazioni sono esentasse e rispondono soltanto alla Guida Suprema, i loro libri contabili non li vede neppure la Banca centrale. Controllano il 60/70 per cento dell’economia, dalla produzione alla distribuzione, e sono dominate dal clero corrotto.

Già nel 1998 il presidente Khatami disse: «L’economia iraniana è malata».

Certo, ma riformare il sistema è quasi impossibile perché vorrebbe dire togliere il potere economico agli ayatollah. Anche Rohani ormai l’ha capito, ma il presidente è in un vicolo cieco.

Perché?

Ha teso la mano ai manifestanti ma sa che se non riuscirà a contenere le proteste i Pasdaran prenderanno ancora più piede restringendo i suoi spazi di manovra. Contenendole, però, darà più potere proprio a quegli apparati repressivi che non lo vedono di buon occhio e che presto gli presenteranno il conto.

È vero, come affermato da Khamenei, che le proteste sono fomentate dall’esterno dai nemici dell’Iran, che «hanno rafforzato l'alleanza per colpire le istituzioni islamiche»?

Le responsabilità americane ci sono. Non hanno tolto le sanzioni bancarie al Paese e così dispongono sempre di una morsa da stringere al collo dell’Iran. Infatti, anche se gli investimenti stranieri sono aumentati del 150% negli ultimi anni,  nessuna grande banca europea si impegna nei programmi di sviluppo iraniani, temendo le ritorsioni finanziarie americane. Così l’economia non decolla e scoppiano le proteste, ma finora gli ultraconservatori le hanno sempre sfruttate a proprio vantaggio.

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