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Strage di Erba: addio a Carlo Castagna

26.05.2018 - aggiornato: 26.05.2018 - 22:30

Marito di Paola Galli, padre di Raffaella e nonno del piccolo Youssef, tre del quattro vittime della strage di Erba dell'11 dicembre del 2006, perdonò i due assassini, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi.

© ANSA

E' morto a 75 anni in ospedale a Como Carlo Castagna. Era marito di Paola Galli, padre di Raffaella e nonno del piccolo Youssef, tre del quattro vittime della strage di Erba dell'11 dicembre del 2006 per la quale sono stati condannati all'ergastolo i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi.

I funerali di Carlo Castagna si celebreranno nel pomeriggio di lunedì a Erba. Profondamente religioso, era giunto a perdonare gli autori del massacro e aveva donato alla Caritas la casa teatro dell'eccidio in cui erano state uccise quattro persone, mentre una quinta era rimasta gravemente ferita ma era sopravvissuta diventando il teste principale contro Olindo Romano e Rosa Bazzi. Paola Galli, moglie di Carlo, la loro figlia Raffaella Castagna e il figlio di Raffaella, Youssef, di poco più di due anni, erano stati uccisi a colpi di spranga e a coltellate. Così come la loro vicina di casa, Valeria Cherubini, intervenuta con il marito Mario Frigerio, che sopravvisse alla strage, perché nell'appartamento di Raffaella era scoppiato un incendio, appiccato degli assassini.

Pietro Castagna, uno dei figli di Carlo, ha voluto ricordare la figura del padre sui social. "Oggi papà ci ha lasciati - scrive Pietro -. Ne abbiamo passate tante insieme, ma tu eri per noi sempre una guida, un esempio da seguire e ammirare, e pur sapendo che adesso sarai felice perche hai ritrovato la tua Polly, Raffaella e il piccolo Fefè, a noi lasci una voragine immensa e ci mancherai infinitamente. Riposa in pace papà".

 

Carlo Castagna sul GdP

Nel 2010, pubblicammo sul Giornale del Popolo una sua intervista, su gentile concessione della rivista Tracce, di cui vi riproponiamo un estratto. 

 

«Paola mi ricordava sempre il ruolo della Provvidenza»

 

Non conosce ancora i nomi degli assassini, ha addosso i riflettori dei Tg, la stampa, gli inquirenti e dice: «Perdono». Perché?

Non ho deciso io di perdonare. Sono un poveraccio, che perdono potrei mai concedere io? Carlo Castagna, per come è fatto, quel giorno avrebbe imbracciato un fucile per sistemare le cose. Invece è stata una grazia, non è andata così. Mi ha aiutato mamma Lidia, la madre di Paola. Appena successo il fatto, corro da lei. Sa già tutto, i nipoti l’hanno informata. Così mi abbraccia e mi dice: «Carlo, Carlo... Dobbiamo chiedere al Signore il coraggio di distenderci anche noi sulla Croce». Ecco, il perdono nasce da lì. Potevo covare odio tutta la vita, cercare la vendetta. Eppure sono misero anch’io, sbaglio anch’io. Ma, come dice mamma Lidia, come avrei potuto recitare ancora il Padre nostro senza aver perdonato gli assassini?

Il suo è un perdono che dà subito scandalo. Non viene capito, in molti lo bollano come una reazione sentimentale del momento. Cosa dice, a distanza di quattro anni?

Ma che reazione del momento. L’ho già detto, il Carlo Castagna avrebbe reagito in un altro modo. Comunque... Il perdono rimane, tutti i giorni, nelle piccole cose. Noi siamo una famiglia semplice, cristiana, col senso del bene e del male. Poi, certo, la mia fede è maturata nel matrimonio con Paola: la recita quotidiana delle Lodi, la messa, il sacramento della Confessione. Sono tutte cose che non mancavano e non mancano nella nostra vita. Sono cresciuto all’ombra del campanile: mia nonna Eufemia conosceva a memoria tutte le preghiere in latino. Magari non sapeva tutto quel che diceva, ma aveva una fede grande e salda. E poi i sacerdoti e le suore che mi hanno sempre accompagnato. Penso a don Giovanni, che è una persona stupenda, e ad altri amici che sento quotidianamente. Andiamo spesso a mangiare insieme e a tavola vengono fuori delle chiacchierate profonde e bellissime. Ho anche ripreso ad andare a messa tutte le mattine due giorni dopo la strage. Ho detto ai miei due figli: da domani al lavoro mi presento alle nove. Prima vado a messa. E così faccio tuttora. Ma il vero sostegno della mia vita è stata Paola, la Paoletta...

Diceva di una fede maturata nel matrimonio...

In tutti questi anni insieme, ne abbiamo passate tante. Ma lei, anche se era turbata, non crollava mai. Quando Raffaella decise di mettersi con Azouz, questo ragazzo tunisino spuntato da non si sa bene dove, fu un dolore per noi. Sapevamo che non era tanto a posto, e uno per la figlia desidera sempre il meglio, no? Però Paola mi ricordava sempre il ruolo della Provvidenza. «Carlo, ci penserà la Provvidenza, stai buono», mi diceva. Io un po’ ribollivo, perché, sa, da padre... Ma le donne tengono tutto dentro, nel cuore, soffrono molto di più. Una volta, durante la recita delle Lodi, Paola si mise a piangere. Raffaella le aveva appena detto che si sarebbe sposata con Azouz. Abbiamo cercato di ragionare con nostra figlia, senza successo. Così dopo essere stati da lei, che era irremovibile, siamo andati a inginocchiarci in chiesa per l’adorazione serale. Ecco, Paola era così. Poi i giornali hanno scritto di tutto: che io e mia moglie ci eravamo allontanati da Raffaella per via della sua scelta e tante altre cattiverie. Non c’è nulla di vero. Pregavamo tutti i giorni per loro e li affidavamo alla Madonna.

Un mese dopo la strage, escono i nomi dei responsabili. Si tratta dei vicini di casa. Il 26 novembre 2008 la Corte d’Assise di Como li condanna all’ergastolo. Sentenza riconfermata il 20 aprile 2010 dalla Corte d’Appello di Milano. Le immagini dei due coniugi che ridacchiano nella gabbia degli imputati fanno il giro d’Italia. Che cosa ha pensato?

È stato difficile guardarli in faccia. Come padre, marito e nonno delle vittime ho dovuto vedere le foto del ritrovamento, ascoltare la ricostruzione fatta dai Ris di Parma. Però tutti i giorni io e mamma Lidia preghiamo per la conversione del loro cuore. Poi, certo, esiste la giustizia. Loro devono scontare per quello che hanno fatto. Però non dimentichiamoci che c’è la giustizia umana – per cui è giusta la sentenza di ergastolo – ma ne esiste anche una divina. E noi preghiamo per il loro pentimento, per il cambiamento del loro cuore. Sono convinto che dove abbonda il dolore, sovrabbonda la grazia. Nella mia vita l’ho visto. Ed è così che posso dire – non pensatemi matto – che il dolore diventa gioia. Non disperazione, ma gioia. [...]

[...] Lei dimostra che il perdono, per sé e per gli altri, è possibile sempre. E che anche dopo aver vissuto un dolore così grande, è possibile continuare a vivere “con gioia”, come diceva prima...

In tanti si sono stupiti, in questi anni. Dicevano: «Ma quello là, avrebbe dovuto desiderare di vendicarsi, invece perdona...». Ma io qui non sono mica da solo. Ci sono i miei figli, i nipoti, ho un bellissimo lavoro e tanti amici. Ieri ero all’ordinazione sacerdotale di uno di loro, una vocazione adulta. Sono circondato da persone meravigliose. E la verità è che per me Paola, Raffaella e Youssef sono presenti come prima. In maniera non più fisica, certo, ma in quella comunione dei Santi di cui tante volte avevo sentito parlare. Il dolore c’è, spesso mi si inumidiscono gli occhi. Ma non ho voluto tenere, che so, le scarpine del bambino o gli oggetti di Raffaella. Mica ho bisogno di un paio di scarpe su cui piangere, capisce? Anche quando Azouz ha chiesto che fossero seppelliti in Tunisia, non me la sono sentita di fare obiezioni. Non serve litigare, e io sono certo che loro sono comunque nella casa del Padre Buono, in Paradiso. Si cammina insieme verso la meta. Ma intanto io sono qui e non rimango a girarmi i pollici. Sa qual era il Salmo preferito di Paola? Il numero 83. “Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio...”.

MARIA ACQUA SIMI (intervista apparsa sul numero di luglio/agosto 2010 della rivista “Tracce”)

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