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Tra le macerie, c’è un'Aleppo che rinasce

30.01.2017 - aggiornato: 30.01.2017 - 17:50

Dopo aver descritto la distruzione di una delle più belle città siriane, nella quarta tappa del nostro viaggio incontriamo chi non si è arreso: i giovani, il futuro della Siria.

dalla nostra inviata Maria Acqua Simi

 

Camminiamo per le vie di Aleppo senza fermarci. Dobbiamo essere svelti perché non tutte le strade sono ancora sicure. In alcuni quartieri periferici le cellule jihadiste nascoste hanno piazzato delle mine anti-uomo, in altri i militari russi fanno brillare le bombe inesplose per bonificare l’area, mentre vi sono strade dove è la paura che qualche cecchino ancora si nasconda tra le macerie a far accelerare il passo e il cuore.

Ma di sera le prime luci si accendono: ed ecco apparire - dopo tre anni nei quali il mercato nero è stato l’unico luogo di spaccio di cibo - alcune bancarelle di uova, di frutta e verdura, di cappelli e sapone, una officina improvvisata nella piazza. I taxi sgangherati che sfrecciano contromano, il fumo dei fuochi accesi sui marciapiedi per scaldarsi. È l’Aleppo che torna a vivere, disordinata e sconnessa come l’andatura della vecchia velata di nero impegnata a trasportare le taniche di acqua, che cammina sghemba sul ciglio della strada.

La mancanza di acqua qui da almeno tre anni è il problema principale: tutte le famiglie che sono rimaste in città hanno come unica preoccupazione quella di trovarne per lavarsi, per cucinare, sciacquare piatti e vestiti. Per bere. La grande centrale idroelettrica - un tempo fiore all’occhiello dell’Aleppo industriale - è stata fatta saltare in aria e saccheggiata, rendendo impossibile avere acqua pulita in tutta la città. 

Per questo il primo aiuto è cercare di portarla direttamente nelle case, spesso abitate da anziani, o malati, o donne sole con i bambini. Lo sanno bene i frati francescani della Custodia di Terra Santa che - grazie anche agli aiuti inviati dal GdP all’Associazione Pro Terra Sancta - si sono impegnati in moltissimi progetti di aiuto alla popolazione colpita. Uno di questi prevede che un camioncino-cisterna passi di casa in casa a distribuire l’acqua.

Il pozzo del convento di San Francesco nel quartiere di Azizyeh è uno dei pochi ancora attivi: sono migliaia le famiglie a cui i frati distribuiscono l’acqua ogni giorno. Altrettante ricevono ogni 15 giorni un pacco alimentare con riso, lenticchie, latte in polvere, olio, perfino la Nutella. E poi la scatola delle medicine o una fornitura di gasolio sufficiente per la parte più dura dell’inverno. 

«Quest’anno abbiamo comprato e donato centinaia di litri di gasolio per far andare i generatori nelle case in modo che vi fosse un po’ di caldo. Non ne avevamo per tutti e così una prima tranche è andata alle famiglie del nostro quartiere e della nostra parrocchia. La seconda abbiamo deciso di darla tramite la chiesa greco-ortodossa, che serve anche molti musulmani. In modo da non fare distinzioni e da aiutare un po’ tutti», spiega padre Ibrahim. La carità, ci dice, deve essere intelligente, organizzata. Lo scopriamo giorno dopo giorno. Come quando abbiamo visitato il quartiere distrutto di Midan, dove l’ingegnere amico dei frati sta studiando i progetti di ricostruzione delle case distrutte dai bombardamenti. E poi insieme a padre Firas, padre Bassam, padre Edoardo nel collegio di Ram, che un domani sperano possa tornare a ospitare migliaia di giovani aleppini.

Li abbiamo incontrati questi giovani: sono gli scout, i ragazzi che in uno scantinato del convento di Azizyeh studiano musica (la tromba), le ragazze che cantano nel coro, i bambini che fanno catechismo. Sono loro il futuro, e sono un bellissimo futuro. 

Per farcelo comprendere meglio, per farci toccare con mano che ogni aiuto arrivato è stato investito per questo, padre Ibrahim ci accompagna in una piccola pasticceria, in una via secondaria. Ad accoglierci troviamo un giovane ragazzo che sorridendo ci offre subito dei biscotti al cioccolato (i più buoni che io abbia mai mangiato): ha 29 anni e grazie ai soldi dei lettori del Giornale del Popolo ha potuto aprire la sua attività e sposarsi. Lui, come altri, rientra in un progetto di micro-credito per le giovani coppie. «Sappiamo bene che il futuro del Paese sono loro e per questo li incoraggiamo a restare aiutandoli a trovare lavoro, a investire nei propri talenti perché è solo dando fiducia che l’uomo riscopre se stesso. Ci impegniamo molto per le famiglie: cercando loro una casa o di riparare quelle distrutte dalla guerra. Se uno ha lavoro e casa, torna», racconta ancora il frate. Lo dimostrano tante persone che sono rientrate dalla Germania o dalle altre parti della Siria proprio in questi giorni. 

Khalil ci racconta di come crea i suoi biscotti, di sua moglie, di quanto è felice di poter finalmente impiegare la sua giornata in qualcosa che lo rende fiero. È la riconquista della dignità. Anche Maryam dice la stessa cosa: grazie agli aiuti ha aperto un piccolo negozio di abiti ad Aleppo. Una vetrina colorata, modesta ma decorosa, ricca di abiti dal gusto decisamente mediorientale ma di buona fattura. «Non c’è ancora tanta gente perché ho aperto da poco ma sono certa che migliorerà», e non c’è incertezza nella sua voce.

Le auguriamo il meglio, prima di visitare Habib e il suo negozio di parrucchiere-estetista. I vetri nuovi, le prime clienti pronte per lo shampoo: l’inaugurazione è stata domenica scorsa ma è già indaffaratissimo. Ci mostra la sala per le donne col velo (che si fanno lavare i capelli separatamente dagli altri) e quella per la cura del corpo. Una veloce benedizione di padre Ibrahim e poi ancora quel «grazie» detto a me ma rivolto a tutti voi.

Prima che faccia buio andiamo a conoscere le suore dell’ospedale Saint Louis, specializzate in emergenze e nel curare i traumi della guerra. Queste suore coraggiose non sono fuggite nonostante i missili abbiano più volte raggiunto l’edificio: «La nostra vita, la nostra missione è qui», dice spiccia suor Angelica. Anche l’ospedale ha ricevuto aiuto dai frati (e dal GdP) per i macchinari e lo stipendio dei medici: oggi è uno dei più prestigiosi di Aleppo. Tutti vengono qui a farsi curare. 

Un’altra suora ci accompagna al piano terra, dove ci sono alcuni ragazzi gravi. In una stanza incontriamo Judy. Ha 11 anni, lo sguardo perso nel vuoto, immobile nel letto. Le schegge di un missile le hanno traforato la testa il 6 dicembre scorso lasciandola in uno stato di coma irreversibile. La madre, musulmana, ci mostra le foto di Judy prima dell’incidente: la felpa rosa, i lunghi e ondulati capelli neri. Ora è rasata a zero, una benda sulla testa, tra le mani un peluche bianco. Sulla testa del letto, la Madonna della Tenerezza. Per la seconda volta da quando sono in Siria mi commuovo fino alle lacrime. Per la rabbia, per l’ingiustizia che vedo. Padre Ibrahim invece parla con l’infermiera per farsi spiegare tutto, accarezza Judy e poi la benedice: la madre sussurra una preghiera e ringrazia per quel gesto. «Abouna», padre, «shukran». Grazie. Piange, guardando la figlia. Penso a che misterioso rapporto deve avere quella bambina con Dio, anche se per noi all’apparenza è ormai solo un corpo privo di movimenti. 

Prima di uscire il frate e la donna si scambiano una stretta di mani che è come un abbraccio. Cristiani e musulmani insieme. Per spiegare a noi che l’ecumenismo del sangue di cui parlava papa Francesco non è un’invenzione. A dimostrarci che, forse, anche il dolore di questa famiglia e di questo Paese non è invano.

 

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