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"Hitler non morì in un bunker. Fuggì in Argentina"

03.02.2014 - aggiornato: 03.02.2014 - 07:30

Abel Basti, autore del libro "Tras los pasos de Hitler" ("Sulle orme di Hitler"), che esce oggi a Buenos Aires, riporta le testimonianze di trenta persone che raccontano «come ha vissuto Hitler in Argentina, chi lo ha nascosto e dov’è stato seppellito».

"Sulle orme di Hitler" esce oggi a Buenos Aires.

di Paolo Manzo

Dimenticatevi tutta la storia ufficiale, tanto per intenderci quella prima annunciata il 30 aprile del 1945 dal maresciallo Doenitz - «il nostro Führer è caduto combattendo eroicamente» - e poi confermata da Hugh Trevor-Roper, l’ex agente del MI5, il servizio segreto britannico che su richiesta della stessa intelligence appena finita la Seconda Guerra Mondiale scrisse il libro “Gli Ultimi giorni di Hitler”. Dimenticate le certezze di Trevor-Roper, ovvero che Hitler si è sparato in testa poco prima che arrivassero i sovietici nel bunker, che Eva Braun si è suicidata col cianuro e che, dopo, i loro corpi sono stati bruciati.
Dimenticatevi tutto perché, in realtà «di prove che Hitler sia morto suicida nel bunker non ce ne sono mentre sono numerose quelle che lo vedono in Sudamerica». Chi parla in esclusiva al GdP è Abel Basti, il primo giornalista investigativo che a Bariloche, nella Patagonia argentina, scrisse per primo di Reinhard Kops, alias Juan Maler, ricercato dal Centro Weisenthal per genocidio in Albania e per le attività di collettore di finanziamenti da destinare a gruppi neonazisti nel dopoguerra. Fu Kops a “inchiodare” Erik Priebke, distogliendo da sé le attenzioni dei media mondiali, con una frase detta alla Cnn che fu la sua salvezza «io sono un pesce piccolo, lasciatemi in pace, il capo è Priebke».
Bardi fa uscire oggi a Buenos Aires per i tipi della Planeta, la casa editrice più importante nel mondo iberoamericano, “Tras los pasos de Hitler”, “Sulle orme di Hitler”, un libro destinato a far rumore e che spiega attraverso una trentina di testimonianze inedite, comprese quelle di un paio di ex ministri del Paraguay, «come ha vissuto Hitler in Argentina, chi lo ha nascosto e dov’è stato seppellito». In anteprima Il GdP ha avuto dall’autore, raggiunto telefonicamente, numerose anticipazioni del libro che da stamane è in vendita nelle librerie della capitale argentina.
«Hitler ha vissuto per i primi 5 anni nei dintorni di Bariloche, dopo ha cominciato a spostarsi in differenti luoghi dell’Argentina nella provincia di Cordoba per entrare poi in Brasile, come testimonia un documento del FBI che lo segnala là negli anni ’50. C’è anche una foto della CIA in cui Hitler appare con i baffi, accompagnato da un altro nazista», spiega Basti. Il documento che pubblica l’autore è inedito al pari della dichiarazione di un militare brasiliano secondo cui Hitler «è morto nel 1971, non in Brasile bensì in Paraguay perché all’epoca del presidente Kubitschek (il fondatore di Brasilia, ndr) ci fu un accordo tacito affinché gli ex nazisti in fuga si mettessero sotto la protezione di Stroessner».
«Hitler è sepolto in Paraguay, in una camera mortuaria sotterranea cui si accedeva con un ascensore, in una cripta in cemento armato con dentro il sarcofago», continua il militare brasiliano che afferma di avere partecipato, nel febbraio del 1973, ad una seconda cerimonia funebre in cui l’accesso alla tomba del Füher venne blindato. «Oggi sul posto è stato costruito un edificio sopra mentre prima c’era un antico club tedesco in legno», spiega Basti.
Ricco di nuovi documenti inediti e di fotografie, sia della CIA che del FBI, «nel libro si dimostra che nel dopoguerra Hitler è stato in Argentina, Brasile e Paraguay», spiega l’autore che ha raccolto «una trentina di nuovi testimoni, alcuni anche molto prestigiosi». Come, ad esempio, l’ex ministro degli Interni del Paraguay Sabino Augusto Montanaro che «mi ha confermato personalmente la presenza di Hitler nel loro Paese». C’è poi un genero dell’ex presidente golpista Stroessner, il professor Llano, che nel 1970 chiese allo suocero se erano vere le voci che volevano Hitler in Paraguay. «Me lo chiese Perón, non potevo dirgli di no», la risposta raggelante del dittatore paraguayano. «Presenza confermata anche da un generale», aggiunge Basti.
Del resto, che Hitler non fosse morto nel bunker ma fosse fuggito lo denunciò subito Stalin. Basti pubblica nel suo libro documenti declassificati dell’intelligence USA che, sino agli anni 50, ha continuato a cercare in Sudamerica l’ex dittatore tedesco. «Se davvero la storia ufficiale fosse vera, ovvero che Hitler si era suicidato, perché gli 007 Usa hanno continuato a cercarlo per altri 10 anni?» si chiede. Di certo c’è che, quasi in contemporanea con la fine delle ricerche USA del Fürher e man mano che la Guerra Fredda cresceva d’intensità, nel 1958 i russi cambiarono la versione di Stalin intanto morto e si dissero in possesso di una prova inconfutabile della morte di Hitler: il suo cranio, crivellato da un proiettile.
Per 50 anni il macabro resto fu esposto nel Museo della Guerra di Mosca, mettendo definitivamente la parola fine su ogni speculazione su un’eventuale fuga di Hitler. Nel 2009 avviene però il colpo di scena: un’equipe di medici legali dell’università del Connecticut fa il test del DNA sul cranio dimostrando che l’unica prova della morte del Fürher era falsa e che il teschio apparteneva in realtà ad una donna con meno di 40 anni

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