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I tatari di Crimea: «Temiamo un’altra deportazione»

05.03.2014 - aggiornato: 05.03.2014 - 08:00

Viaggio tra i tartari musulmani terrorizzati da Mosca: paura per il ritorno alle persecuzioni subite sotto Stalin.

(foto KEYSTONE/EPA/ZURAB KURTSIKIDZE)

di Fausto Biloslavo
 
BAKCHI SARAY (Crimea) -  Mentre sul piano diplomatico si moltiplicano gli sforzi occidentali per arrivare a una soluzione condivisa sulla crisi ucraina, sul terreno le cose si stanno evolvendo puttosto rapidamente. Sebbene Putin ieri abbia ordinato il ritiro delle truppe schierate sul confine (ma non di quelle in Crimea), nella Repubblica autonoma ucraina le cose si stanno complicando. La popolazione è divisa: gli ucraini russofoni chiedono la «protezione di Mosca», gli ucraini pro-UE quella di Kiev. Ma c’è anche chi - minoranza delle minoranze - vive giorni di assoluto terrore, ricordando le orribili deportazioni subite a causa dei russi.  La minoranza tartara in Crimea, decimata da Stalin nel 1944, in queste ore implora infatti  «la protezione internazionale dall’occupazione russa». Un’occupazione che è ormai uno stato di fatto. A Simferopoli, la capitale della penisola, i russi hanno bloccato con grossi camion militar gli ingressi del quartier generale delle guardie di frontiera, che ancora resistono in alcune grosse basi della penisola.  All’interno va in scena il caos. Un giovane ufficiale in mimetica ha lo sguardo disperato. «Non potrei neppure parlare, ma la situazione è tesissima - spiega con i nervi a fior di pelle - Le truppe russe sono dentro e non sappiamo cosa dobbiamo fare». Altri militari stanno scappando vestiti in borghese, ma si portano via i giubbotti antiproiettile. Il colonnello Andreas Basan è passato con i filo russi e dichiara tranquillo: «Le comunicazioni con Kiev sono interrotte. 
 
Rispondiamo agli ordini del potere locale». In Crimea la minoranza tartara (15% della popolazione) è terrorizzata dall’arrivo dei soldati russi senza mostrine ed insegne. Nel sobborgo della capitale, Belo 2, ogni notte fino alle sei del mattino gli uomini pattugliano l’area per timore di rappresaglie dei fedeli del Cremlino. I tartari sono stati decimati da Stalin con la deportazione nel 1944 e vedono i russi come il diavolo. «Vi imploro, abbiamo paura, la comunità internazionale deve proteggerci dall’occupazione russa oppure finiremo come nell’ex Jugoslavia» dichiara Zarema Sultanova. Tutta attorno bambini, donne, uomini, anziani, che mostrano la bandiera azzurra dei tartari.
 
Bakchi Saray, 30 chilometri a sud della capitale, è una roccaforte della minoranza che conta oltre un terzo di abitanti in una città di 30mila persone. La base dei militari ucraini è assediata dai russi, ma delle giovani e coraggiose ragazze tartare si fanno strada fra i bestioni in mimetica verde e volto mascherato. «Portiamo palloncini, arance, biscotti ai nostri soldati per allentare la tensione», spiega Elvina con dei profondi occhi azzurri. Sulla possibilità di secessione della Crimea non ha dubbi: «Se qualcuno vuole la Russia gli compriamo un biglietto di solo andata per Mosca, che se ne vada».
Elmar e Rustam sono due ragazzotti che hanno partecipato agli scontri davanti al Parlamento locale con i filo russi una settimana fa, scintilla per la reazione di Mosca. «Abbiamo gridato Gloria all’Ucraina e Allah o akbar perché siamo dalla parte dei rivoluzionari, ma non dei terroristi islamici. Vogliamo solo la rinascita dei tartari in Crimea», spiegano i giovani, che di notte pattugliano i loro quartieri.
 
In giro si vede qualche barbuto fondamentalista, ma la maggioranza dei tartari non vuole scatenare la guerra santa. Femi Umarov è un omaccione con le lacrime agli occhi di fronte ai soldati russi, che gli ricordano la deportazione subita dalla sua famiglia vero l’Asia centrale. «Boicotteremo il referendum che porterà la Crimea fra le braccia della Russia.  - spiega con il groppo in gola - Per noi è impensabile, ma non abbiamo un altro posto dove andare».
 
 
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