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Israele: sciolta la legislatura

09.12.2014 - aggiornato: 09.12.2014 - 00:12

Insieme a Netanyahu (il cui governo resterà in carica fino al voto) si dissolve la coalizione destra-centro che ha retto il paese e che si è sbriciolata dopo il licenziamento da parte del premier dei due ministri centristi Yair Lapid e Tizpi Livni.

a Knesset, il parlamento israeliano, ha sciolto la legislatura, confermando il 17 marzo prossimo la data per le elezioni anticipate. È l'ultimo passo formale che segna la fine della legislatura e anche del terzo governo di Benyamin Netanyahu, durato poco più di un anno e mezzo.
Insieme a Netanyahu (il cui governo resterà in carica fino al voto) si dissolve la coalizione destra-centro che ha retto il paese e che si è sbriciolata dopo il licenziamento da parte del premier dei due ministri centristi Yair Lapid e Tizpi Livni.
E se è vero che da qui a marzo molte cose possono cambiare, secondo vari sondaggi di questi giorni non è così scontato che Netanyahu torni a fare il primo ministro. L'ostacolo maggiore ad un quarto mandato dell'uomo forte del Likud - e Israele in passato ha riservato varie sorprese sull'alternanza al potere anche nei casi più scontati - viene proprio da un possibile blocco tra centristi (come Lapid e Livni) e laburisti guidati da Isaac Herzog. 
Un sondaggio commissionato oggi dalla tv della Knesset da 23 seggi (su 120) ad un cartello laburisti-Livni contro i 21 seggi del Likud. Un'altra ricerca ha indicato nel 65% la quota di israeliani non più favorevoli a Netanyahu. 'Queste elezioni - ha detto chiaro e tondo Livni - sono un'opportunità per sostituire l'attuale primo ministro. Mi auguro che il popolo comprenda che questa è un'opportunità per compiere il cambio". 
Non da meno Herzog: "i laburisti si stanno avviando a diventare i partito di governo a capo di un grande blocco centrista". Senza contare l'appoggio che, secondo alcuni, potrebbe venire dal partito religioso Shaas (ora fuori dal governo) di cui alcuni dirigenti si sono espressi a sfavore di Netanyahu. E neppure quello che si dice possa arrivare dall'uomo ancora senza partito e senza struttura: l'ex ministro del Likud Moshè Kahlon indicato da molti come la possibile sorpresa delle elezioni di marzo e più incline, sembra, ad una possibile politica di alleanza con il blocco di centro. 
Se i sondaggi possono essere fallaci, un dato, a giudizio degli analisti, sembra certo: il 17 marzo sarà un referendum pro o contro Netanyahu. Il primo passaggio per l'attuale premier sarà comunque vincere le primarie del Likud previste il prossimo 6 gennaio, anche se in questo caso non dovrebbero esserci dubbi. 
A scanso di equivoci, Netanyahu appare già in campagna elettorale, nonostante le voci di questi giorni che lo davano impegnato a trovare un altra maggioranza con l'inclusione dei partiti religiosi in modo da evitare la decisione di oggi della Knesset. Non a caso questo pomeriggio ha annunciato che si adopererà per abolire l'iva al 18% sui prodotti alimentari di base, suscitando le ire degli ex ministri Lapid e Livni che hanno ricordato come proprio il primo ministro abbia in passato respinto una loro iniziativa in questo campo.
Oltre agli scambi polemici, i partiti si stanno preparando: Kahlon e il partito nazionalista di Avigdor Lieberman (attuale ministro degli esteri) - a cui i sondaggi danno 9 seggi ognuno - hanno stretto un patto di condivisione del voto, così come hanno fatto i laburisti e il Meretz (sinistra sionista). 
L'ultimo giorno della Knesset - oltre all'approvazione di emendamenti alla legge sui richiedenti asilo e di quello che vieta la possibilità dei partiti di contrarre prestiti bancari per le loro campagne - ha segnato anche l'annuncio del ritiro dalla politica di Limor Livnat ministro della cultura del Likud, anche questo giudicato da alcuni un segnale dello stato delle cose. 
Le elezioni in Israele non hanno però cambiato l'atteggiamento dei palestinesi: il leader Abu Mazen ha confermato che intende porre, senza attendere l'esito del voto, una Risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell'Onu sul riconoscimento della Palestina come stato e per la fine dell'occupazione israeliana.

 

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