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Reportage da Erbil. «Dio ci ha mantenuti vivi»

08.10.2014 - aggiornato: 21.11.2016 - 20:41

La storia di Aida, costretta a fuggire a Erbil con la sua famiglia per sottrarsi alla violenza dell'Isis. Il racconto dell'inviata del Gdp nel Kurdistan iracheno.

«Quando i daesh sono entrati in casa nostra erano le dieci del mattino. Siamo scappati in fretta, ma al posto di blocco ci hanno fermati». 

dalla nostra inviata Maria Acqua Simi

 

ERBIL - Le strade di Erbil sono polverose. C’è polvere ovunque: sulle macchine, sulle case, sui banchetti improvvisati lungo i marciapiedi. Sulle persone. La città vive una sorta di boom, per cui si costruisce ovunque. Ogni angolo ha il suo palazzo, garage o negozio in divenire. I tempi per finirli sono biblici, e così in alcune di queste costruzioni sono accampati malamente migliaia di rifugiati. Tra la polvere, i chiodi, le assi e una buona dose di indifferenza.

I rifugiati cristiani fuggiti dall’ISIS vengono tutti da villaggi e città che ormai martellano nella testa come un mantra: Qaraqosh, Mosul, Bartella, Bashika, Tel Eskef, Tel Keyf, Al Qosh...

La capitale del Kurdistan li ha accolti come ha potuto: pochi salamelecchi e lasciando che se ne occupasse la chiesa locale. Oggi i centri di Mar Shimon, Mar Elia e St.Joseph straripano di famiglie sfollate da ormai quattro mesi. Una di queste è quella di Haidi.

Haidi ha lunghi capelli grigi raccolti in una coda sfatta e lo sguardo come instupidito dal dolore. Le occhiaie, profonde, cerchiate, le scavano sguardo e guance. «I daesh (termine dispregiativo con cui vengono indicati i miliziani dell’ISIS, ndr) sono arrivati a Qaraqosh all’improvviso. Ma io e la mia famiglia non ce ne siamo accorti subito», mi racconta seduta sul materassino di fortuna che le suore domenicane hanno trovato per lei e il marito, cieco.

Vivono su tre materassini in uno stanzone che condividono con altre decine di famiglie. Con loro ci sono quattro figli di 23, 13, 11 e nove anni. «Manca Cristina - sussurra Haidi -. Ma io prego tutti i giorni Dio che me la riporti a casa». Piange, si copre il volto. Il marito tace. Poi riprende a raccontare, e io capisco il perché di quelle occhiaie. «Mio marito è cieco e io non guardo la televisione. Quando i daesh sono arrivati la gente è fuggita dal villaggio ma noi abbiamo capito qualche giorno in ritardo cosa stava succedendo. Quando i daesh sono entrati in casa nostra erano le dieci del mattino. Siamo scappati in fretta, ma al posto di blocco ci hanno fermati». Perché, scopro, tutti i cristiani devono pagare per poter lasciare la città.

Haidi e il marito non hanno denaro, cercano di spiegarsi: cinque figli, lui disabile. Non hanno soldi per pagare quella tassa tanto vergognosa. L’ISIS non tratta, però. Un miliziano sofferma lo sguardo sulla bimba più piccola, che sta piangendo. La strappa dalle braccia di Haidi e la porta via. Di lei non si sa più nulla da allora. «Cristina ha solo tre anni e tre mesi, non può stare senza di noi». Chiedo se hanno notizie e lei indica con un cenno della testa il figlio più grande, che sta seduto in un angolo. Il ragazzo, 23 anni, è riuscito ad entrare in contatto con alcuni miliziani. Ma forse per aggiungere dolore al dolore, o per scherno o semplice cattiveria, l’unica cosa che gli hanno detto è che la piccola è viva e continua a piangere, chiedendo della mamma e del papà. «Non mi do pace, ho paura per lei. Perché se ha paura piange e se piange magari la uccideranno per farla stare zitta. Dio, fa che torni a casa! Dio, riportamela a casa!».

Il marito continua a tacere. Un amico dice che i due genitori si rimproverano di non aver fermato i daesh. In quelle occhiaie e in quelle lacrime c’è tutta l’umana impotenza di non poter preservare dal dolore chi più si ama. Ripenso a quei Salmi antichi che rotolano in testa come le poesie imparate a memoria alle elementari: “Si dimentica forse una donna del suo bambino? Se anche ci fosse una donna che si dimenticasse io non mi dimenticherò”. Haidi spera in questo.

Accanto a lei un uomo gesticola, si avvicina. Racconta che il 6 agosto scorso, mentre scappava, è rimasto ferito negli scontri tra ISIS e peshmerga. Alza la camicia per mostrare il proiettile. Che se ne sta lì, incastrato, mentre la pancia è tutta bruciature e ferite. L’operazione per estrarlo costa duemila dollari. Che non ci sono. Ma sia lui sia la famiglia di Haidi ringraziano di una cosa: «Siamo vivi, Dio ci ha mantenuti vivi».

La situazione dei rifugiati è complicata ma tutti qui pregano, si danno da fare per tenere in ordine le povere tende, puliti i materassi. Anche se non c’e acqua corrente o luce, anche se tutti vorrebbero tornare alle proprie case, al proprio lavoro, alla normalità. Ora qua sperano. Ringraziano per gli aiuti arrivati dall’Occidente, grazie anche alla colletta del Giornale del Popolo. E continuano a ripetere una sola cosa: «Siamo qui, esistiamo, siamo vivi. Non lasciateci soli».

 

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