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Un viaggio tra gli yazidi, gli “ultimi tra gli ultimi”

10.10.2014 - aggiornato: 11.10.2014 - 11:54

Contro di loro, l’Isis -  che ingiustamente li considera adoratori del diavolo - s’è scagliato con particolare ferocia. La nostra inviata in Iraq ha incontrato alcune famiglie.

Alcune famiglie di yazidi vivono tra le mura di palazzi in costruzione nel bel mezzo del nulla. Mancano di tutto, e dipendono dagli aiuti che ogni tanto qualcuno porta loro.

da Erbil, maria acqua simi

 

Usciamo da Erbil con un pulmino preso a noleggio, un po’ scassato ma funzionale alle strade curde: buche che sono voragini, traffico scomposto, check point ogni mezzo chilometro e come sempre tanta polvere. Bastano venti minuti di macchina per trovarsi nel nulla. E lì, nel nulla, vedere ergersi decine di costruzioni in cemento. Sono l’ossatura di palazzi che Dio solo sa quando vedranno la luce e che per ora ospitano - per gentile concessione dell’imprenditore - una decina di famiglie yazide.

Gli yazidi sono arrivati in Iraq dopo i cristiani, ma la loro religione è tra le più antiche che esistano: una sorta di culto zoroastriano dove il fuoco è centrale. Gente pacifica, che nei secoli si è insediata sul monte iracheno del Sinjar. Sharbel, un amico siriaco che mi fa da angelo custode, racconta che il nome deriva da una particolare pianta di caffè verde, molto aromatico, di cui la zona del Sinjar è piena. Una zona ricca anche di fichi, cachi e miele di cui la gente locale era un grande produttore. Prima dell’arrivo dell’ISIS. I miliziani hanno distrutto alveari, case, chiese, raccolto. 

E sugli yazidi si sono gettati con particolare ferocia: ne hanno uccisi migliaia perché «li considerano gli adoratori del diavolo. Ovviamente non è così. Ma per i daesh gli yazidi sono peggio dei cristiani. Noi abbiamo il “privilegio” di poter abiurare e passare all’islam. Loro no e vanno uccisi subito», mi racconta Havas, l’autista cristiano caldeo che ci sta accompagnando. A lui gli jihadisti hanno portato via ogni cosa, ma quello che non gli dà pace sono le sue trenta colombe. Fuggito di fretta dal suo villaggio con moglie e due bambini, ha lasciato il suo negozio, la sua casa e le sue 30 colombe nelle mani degli uomini del Califfo. 

Il suo racconto si interrompe. Siamo arrivati. Una bambina ci corre incontro. Poi piano piano da quei buchi di cemento, senza finestre e porte, arrivano tutti. Ci offrono tè caldo e caffè, come si usa qui. Il dialogo è breve: ci dicono cosa serve e non parlano molto di cosa è successo la notte che sono fuggiti. La bambina mi si accoccola in grembo. «Quanti anni hai?». «Cinque». «Vuoi andare a scuola?». «No, voglio aiutare mia mamma. Però mi fai disegnare?». Strappo una pagina dal mio taccuino e le do la penna. Scarabocchia qualcosa e poi scappa col foglio. 

Anche noi scappiamo, per andare nel suk musulmano del centro di Erbil a comprare all’ingrosso coperte, pannolini, cibo. La trattativa sui prezzi dura ore. Gli aiuti ai rifugiati arrivano così, non c’è altro modo.

Alla sera riprendiamo la strada sfatta e torniamo dalle famiglie yazide con un po’ di generi di conforto. Siamo tornati e questo li rende meno sospettosi. Così uno di loro, nove figli e una lunga tunica grigia, racconta che tra tutte le dieci famiglie rifugiate lì, sono state perse o uccise almeno venti persone. Non raccontano i dettagli, tranne uno: anche le donne incinte non sono state risparmiate. E che sul monte Sinjar ci sono ancora centinaia di famiglie intrappolate.

«Di molti non sappiamo più niente da settimane. Di altri sappiamo che stanno combattendo insieme ai curdi dello YPG e del PKK contro l’ISIS. Ma gli aiuti non arrivano. L’ONU ha mandato un solo aereo di aiuti lassù. Solo uno!». Il dato non è verificato, ma se fosse così - penso tra me - difficilmente dopo due mesi senza acqua e cibo gli yazidi intrappolati potranno essere ancora vivi. Sto in silenzio. Un altro capofamiglia spiega che possono stare rifugiati qui perché i suoi figli lavoravano come muratori per la costruzione e che il padrone, saputo della fuga dal Sinjar, ha concesso loro di accamparsi tra gli infissi. 

La bambina del disegno si riaffaccia tra i mattoni grigi a vista. Non l’avevo vista per tutta la sera. «Hallo, vieni qui». Si avvicina, le do un altro foglio. Scrivo due appunti. Lei mi fissa. «Vuoi andare a scuola e imparare a scrivere come faccio io?». Ride. Una risata schietta. Sonora. La risata dei bambini. E io capisco, senza retorica, che non tutto è perduto.

 

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