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Il dialetto

02.12.2013 - aggiornato: 25.11.2015 - 20:14
Diario di un badìn in Ticino
 

Maiaramina! (foto Maffi)

di Andrea Finessi

Sì, è vero, lo confesso, sono un frontaliere. Dopo più di cinque anni di vani tentativi di mimetizzazione con risultati spesso al limite del ridicolo, ho capito che è meglio giocare a carte scoperte. L’alternativa è quella di trovarsi sempre in mezzo a discorsi in cui si parla male della Badinia e dire anche tu la tua sulle innumerevoli manchevolezze del Belpaese, aggiungendo magari alla fine, con enfasi: ‘taian da merda. Non so se l’ho scritto giusto, ma ci arrivo, perché ciò di cui vorrei parlare in questa prima puntata è proprio il mio impatto con il dialetto. Ci terrei a dire che questa nuova rubrica non vuole essere un tentativo di giustificare il fatto di essere un frontaliere, che spesso quasi quasi mi viene da confessare al sacerdote. Bensì vuole essere un racconto, bonario e affettuoso, sul mio vivere quelle ore nella mia casa d’adozione, il Ticino. E, magari, cercare di rendere un po’ più simpatici al lettore quegli “azzurri” che qui scassano tanto i maroni (anche se di solito gli stessi che li scassano di qui, li scassano anche di là). Ecco, tutto qui, magari a qualcuno verrà ancora di più il mal di pancia, e spero che mi scriva per dirmi la sua. Però ci terrei, per una volta, a dire la mia.
Ma bando alle ciance, perché sono anni che mi tengo dentro questa cosa e finora ne ho parlato solo con mia moglie e qualche amico badola: il dialetto. Un ticinese sa bene quanto ama il dialetto, lo parla fin da bambino, va al cinema a vedere i classici del cinema ridoppiati da Yor Milano, tiene in camera un poster della compianta e indimenticabile Mariuccia Medici e, soprattutto, appena trova qualcuno che lo parla, si sente a casa. Ora, provate a immaginare un milanese che di milanese conosce solo la cotoletta, immergersi totalmente nel dialetto ticinese. E non stiamo parlando dello “straniero”, per me, che si parla a Biasca o Faido, ma del dialetto momò, il livello base del ticinese. Ricordo ancora l’improvvisa sensazione di alienazione, tale da farmi pensare di essere in un episodio di “ai confini della realtà”, quando mi trovai in redazione a Mendrisio, senza ül mi soci  a cui poter passare la telefonata che era appena arrivata della sciura di turno che per me parlava un’altra lingua. Non ricordo cosa devo averle risposto, cercando di essere cortese, ma da lì cominciò il tutto, il mio tentativo di mimetizzazione: scusi sciura, ‘n po’ mi’a ciamar tra mezura?. Ecco, ancora, non so se l’ho scritto giusto, ma io ci riprovo sempre, dopo cinque  anni, a mimetizzarmi e quelle poche parole che ho imparato, la cadenza, l’accento e i miei rimasugli di cotoletta, li mischio insieme in un pastone che viene fuori in frasi tipo, “un ‘so coss mi sün dré a dì” che, tradotto per chi non parla il mio dialetto frontaliere, significa non so cosa sto dicendo. Per fortuna, dopo i primi insulti ed evidenti prese per il culo nei miei confronti da parte di chi non aveva mangiato la mia foglia di fico dietro cui mi nascondevo, è venuto in mio aiuto “ül mi soci” Rolf. È diventato il mio maestro, con tanto di scuola di dialetto e di “ü” da ripetere all’infinito dicendo di continuo Lüuuis. Insieme alle poesie da leggere ad alta voce in ufficio, in piedi, per espiare la mia colpa. Quella di essere un frontaliere, per chi se lo fosse dimenticato. Non ho ancora imparato a dire perfettamente Lüis, ma quando avrò imparato, state attenti, perché solo la targa della mia auto mi distinguerà. E forse un sacco di altre cose, ma ne riparliamo nelle prossime puntate…

Se volete scrivermi per commentare, suggerire o anche solo sfogarvi contro un frontaliere, potete scrivermi ad a.finessi[at]gdp[dot]ch

 

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