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Le arti della sopravvivenza del frontaliere, ruffianeria compresa

21.01.2014 - aggiornato: 25.11.2015 - 19:10

Ottava puntata: in cui svelo le cinque tecniche (non quelle segrete) che deve conoscere un frontaliere per sopravvivere in Ticino

Bisogna superare durissime prove per poter sopravvivere sul posto di lavoro in Svizzera

di Andrea Finessi

Nei giorni scorsi è giunta alle mie orecchie una osservazione su cui vorrei dire la mia. Mi è stato detto che negli ultimi articoli della mia rubrica sarei diventato un po’ troppo “ruffiano” verso i ticinesi. Beh, caro il mio lettore, hai pienamente ragione. No, non solo perché sei il papà del mio responsabile, ma perché vedi, la ruffianeria è una delle cinque discipline in cui un vero frontaliere deve imparare a destreggiarsi con abile maestria. In realtà queste arti, talenti o tecniche, sarebbero molte di più, ma molte sono segrete e, come tali, non verranno rivelate da me medesimo. Esse si tramandano di generazione in generazione di frontalieri e, quindi, si comprenderà perché non possono essere divulgate alla propria controparte ticinese.

Cosa nota invece sono le cinque discipline, apprese dopo durissimi allenamenti in luoghi sperduti come Campione d’Italia. La prima di esse è, appunto, la ruffianeria: spesso utile (mettendo da parte tutti i discorsi sulla dignità…) in qualsiasi ambiente lavorativo, va sempre dosata con saggezza, onde evitare le classiche situazioni di invidie e gelosie. Per il frontaliere tale bieco sotterfugio deve essere portato ad un livello superiore in cui la sopravvivenza si identifica nel: “Ricordati chi ti dà da mangiare”. Perché quando non si stirano camicie o ci si guadagna la pagnotta a stringere minuscole viti di orologi in ditte dove solitamente sono tutti badìn, ci si trova immersi in un ambiente in cui l’alone azzurro che circonda il frontaliere appare evidente, stile quel famoso spot sull’AIDS che ricorderanno tanti (quello con quella musichetta inquietante che faceva “A-A-A-A-A-A-A-AH”… chiaro, no?!). Beh, è allora che il frontaliere deve affinare i propri sensi, acuire la propria mente, diventare resistente come un cavallo del Bisbino e più furbo del lupo della Vallemaggia. Insomma un po’ leccaculo. Non troppo, quel giusto che basta a far dimenticare a chi hai davanti che sei un frontaliere.

Ciò va di pari passo con la seconda disciplina, ossia l’arte del “passare inosservato in piena vista”.  Al confronto di chi padroneggia questa tecnica, anche i ninja sembrano dei bambini che giocano a nascondino. Mimetizzarsi è fondamentale per la sopravvivenza sul lungo termine, pertanto serve  imparare alcuni usi e costumi autoctoni del Ticino, per esempio quando si va a mangiare nei grotti. Eh, già, se non vuoi farti venire il mal di pancia a causa del tuo alone azzurro (ristoratori: “Buuuu…”. Va bene, lo ammetto, mai accaduto, mi avete sempre trattato bene, ma è per far capire!), ti conviene sapere bene come ordinare e cosa. Tipo il vino da mischiare con la gazzosa e da bere rigorosamente nel tazzino o boccalino… Roba proprio da svizzeri, che, quando la racconto ai miei amici italiani, di solito stappano freneticamente una bottiglia di Barolo e se la trangugiano in tutta fretta per dimenticare l’eresia. Il che mi collega alla terza e quarta arte del frontaliere (vanno a braccetto)…

Saper “mandar giù bocconi amari” e “far buon viso a cattivo gioco” – che potrebbero sembrare la stessa cosa ma non lo sono - sono prove da superare ed esercizi purtroppo quotidiani. Eh, sì, cari amici svizzeri, mi dispiace muovervi questa critica (ruffianeria in atto!) a volte ci tocca mandar giù amari commenti in riferimento alla nostra “madre-patria”. Di solito o, almeno, per chi ha trovato lavoro in Svizzera e non in Italia, avviene un combattimento intestino, divisi tra una patria che ci ha tradito - ma anche Paese dei nostri padri - e una che ci ha accolto. Se prevale l’orgoglio comincia un dibattito che usualmente coinvolge colleghi su colleghi ticinesi e rischia spesso di finire in rissa o, alla meno peggio, in coloriti insulti razziali xenofobi ci da entrambe le parti. Se prevale invece il buon senso, vedi anche la ruffianeria e il “ricordati chi ti dà da mangiare”, tutti i commenti vengono digeriti e le risposte che erano lì-lì per uscire vengono inghiottite e nascoste in un anfratto molto profondo e buio del nostro io. Quello dove di solito la dignità non si fa mai vedere, perché è un posto molto simile ad un bassifondo di periferia. Non è facile trovare l’equilibrio, ma nel tempo bisogna imparare a destreggiarsi.

L’ultima - ma non ultima, anzi - tecnica da padroneggiare per un vero frontaliere che sopravvive e resiste a lungo in terra straniera è la vera arte per eccellenza ossia… “ama il tuo nemico, perdonalo e, se puoi, fattelo amico”. Qui devo ammettere che l’essere cristiani aiuta, perché è proprio quello che ti insegna il Vangelo, che - si può dire - ne dice sempre una giusta. Perché se il frontaliere guarda bene il ticinese che invece lo guarda storto e prova ad immedesimarsi, magari in fondo in fondo un po’ di ragione gliela può anche dare (mai troppa, altrimenti scatta il senso di colpa). Ma indipendentemente da ciò, covare rancore per quello che il ticinese ti fa o dice non val la pena, anzi. Allora tanto vale cercare di prendere il fastidio ticinese nei propri confronti come un qualcosa di “naturale” e guardare lo svizzero per quel che è, ossia uno come te, sulla tua stessa grande barca che è la vita, in tutti i suoi drammi e bisogni quotidiani. Che sono uguali da entrambe le parti della ramina.

Se volete scrivermi per commentare, diventare miei discepoli, o anche solo sfogarvi contro un frontaliere, potete scrivermi ad a.finessi[at]gdp[dot]ch. Ah, e scrivetemi anche se volete abbonarvi alla mia rubrica. E’ gratis.

 

 

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