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Lo sport: l'hockey

31.12.2013 - aggiornato: 25.11.2015 - 20:11

Quinta puntata: dedicata allo sport che tutti i ticinesi amano di più, l'hockey. Quando un frontaliere arriva alla Valascia per la prima volta... 

© Immagine d'archivio

di Andrea Finessi

Se dovessi fare una top ten di caratteristiche che differenziano italiani e  ticinesi, nei primi posti metterei sicuramente lo sport, inteso nel modo più ampio possibile.  Primo, per il fatto che lo sport che più appassiona i ticinesi non sia il calcio, bensì l’hockey, anche se non disdegnate nulla. Secondo, per il rapporto stesso con lo sport che è ben diverso da quello che abbiamo noi italiani, notoriamente pigri e con la pancetta. Ma restiamo all’hockey, che io, i primi tempi, consideravo quasi alla stregua del tiro con l’arco, delle freccette, o della corsa podistica… insomma uno sport “minore”, per intenderci. Il tipico pensiero da italiano medio, per il quale esiste solo uno sport, LO sport, il calcio, e tutto il resto è noia, come direbbe il Califfo. Sì, la Ferrari, Valentino Rossi… ma sono uno spettacolo da guardare in poltrona, senza molta convinzione.
Comunque per me l’hockey non esisteva nemmeno, finché non lo scoprii e mi ricredetti, quando una sera un collega mi disse: “Oggi ti porto a vedere il derby, vedrai che roba…”. “Mah, un derby?!”, pensai. “Esistono pure qui? Ambrì Piotta Vs. Lugano… Lugano è una città, Ambrì è un paese e Piotta che roba è? …Sicuramente vincerà il Lugano!” dissi, senza sapere minimamente di cosa stessi parlando e a cosa stessi andando incontro. Fatto sta che dopo un lungo viaggio nel profondo nord del canton Ticino, mi trovai allo stadio della Valascia, gremito di personaggi di ogni tipo, molti dei quali parlavano lingue a me sconosciute (tipo il “biaschese” o vari dialetti “schwyzerdütsch”). In quale curva fossi, lo capii dal colore delle bandiere, ma del resto ho solo vaghi ricordi molto confusi. Ricordo però la birra a fiumi, con un bicchiere mai vuoto (forse anche perché si riempiva di ciò che vi continuava a piovere dentro dal soffitto), il fumo degli spinelli che arrivava da qualche luogo mai ben definito, i poco cortesi e coloriti cori della curva, infarciti di simpatiche allusioni sessuali – come ogni coro che si rispetti -, e poi termini per me allora arabi come “powerplay” e “oppsite” (mi ci volle un po’ per capire che fosse la storpiatura di “offside”)… Soprattutto però, ricordo che ad un certo punto in quelle tre ore di partita finita ai rigori, vidi “la luce”. Mi ci volle un intero tempo per capire quanti giocatori ci fossero in campo, a metà del secondo tempo avevo  vagamente compreso le regole, e alla fine del terzo tempo, finalmente, potei cominciare a seguire il dischetto… una volta digerito il fatto che non fosse un pallone da calcio! A quel punto, a partita quasi finita, si scatenò il tifoso che c’era in me. Per chi tifai non lo dirò, per non aggiungere benzina sul fuoco di chi già mi userebbe come bersaglio per i “puck” solo per il fatto di essere frontaliere. Se poi a tutta questa storia di totale ignoranza sull’hockey, ci aggiungiamo una bandiera avversaria, non voglio sapere fin dove si spingerebbe la fantasia del tifoso ticinese. La scoperta dell’hockey: veloce, elegante come lo può essere il pattinaggio sul ghiaccio, ma fisico e duro come le corazze che servono ai giocatori per scontrarsi come carri armati su un campo da battaglia. E così l’orizzonte si allarga: esistono altri sport, oltre al calcio, una roba quasi da non crederci! Altrettanto appassionanti, magari, soprattutto se – indipendentemente dal risultato – si concludono con un’indimenticabile fondue al caseificio del Gottardo.
Insomma, tutto questo discorso per dire cosa? Beh, anzitutto per dire che la fondue del caseificio è ottima. E poi per rendere merito ai ticinesi di una cosa: non del fatto che sono appassionati di hockey, ma del fatto che si appassionano di tutti gli sport, specialmente quando c’è uno svizzero di mezzo o qualcosa che è legato alla Svizzera. E’ quello l’ingrediente speciale che rende vero il tifo e coinvolge, l’elemento “di casa”. E nell’hockey ticinese si vede, perché quasi non importa che la squadra vinca o perda, l’importante, come sempre, è sentirsi a casa, dove arde sempre il focolare. 

Se volete scrivermi per commentare, portarmi a mangiare una fondue o anche solo sfogarvi contro un frontaliere, potete scrivermi ad a.finessi[at]gdp[dot]ch

 

 

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