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Naturalizzati si diventa

15.04.2014 - aggiornato: 25.11.2015 - 19:58

20.ma puntata. Sull'italiano naturalizzato, per amore o per lavoro. A volte con una punta di amarezza, addolcita dalle Ricola.

- ATTENZIONE, NON È UN ARTICOLO, È UNA RUBRICA SEMISERIA, UN PO’ IRRIVERENTE E IN CUI SI FA IRONIA, ESTREMIZZANDO E MISTIFICANDO LA REALTA'. ASTENERSI LETTORI SERIOSI. OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, COSE E FATTI REALMENTE ACCADUTI IN TICINO NON È CASUALE. NESSUN ANIMALE O FRONTALIERE È STATO MALTRATTATO DURANTE LA REALIZZAZIONE DI QUESTA RUBRICA. A PARTE UNO A CUI NON PIACEVANO LE RICOLA  –

di Andrea Finessi

Non c'è uno svizzero più incazzato contro gli italiani, dell'italiano che diventa svizzero. Non è sempre così, ovvio, c’è anche l’italiano naturalizzato che aiuta a trovare lavoro ad altri italiani, c’è l’italiano indifferente che non ci pensa, e poi c’è l’italiano che si contende il posto di lavoro con un altro italiano. Solo che quest’ultimo è magari frontaliere e la necessità di sopravvivere ha le sue conseguenze…

Tra cui l’incazzatura, appunto. Che a quel punto si rivolge verso l'Italia che non funziona e non dà lavoro, i frontalieri, i padroncini, i dottori e gli insegnanti italiani, etc. etc. Insomma le solite cose di cui si parla quotidianamente qui, tra una chiacchera e l'altra. I più incattiviti a quel punto diventano loro, gli azzurri divenuti rossocrociati, che si trovano accolti in un Paese straniero in cui può capitare che il posto di lavoro venga occupato da un proprio (ex) connazionale che vive oltrefrontiera. È vero, anche il ticinese si incazza, però l’italiano ticinese ha una punta di dissapore in più. Anche perché è preso tra due fuochi.

Da una parte c’è una naturale tensione verso il Paese natìo, dall’altra c’è la tensione verso il nuovo Paese in cui vivere, dove però l’italiano di solito viene un po’ guardato storto. Mica semplice. E’ facile essere ticinese e prendersela con i frontalieri che rubano il lavoro! Ma provate ad immedesimarvi nell’italiano ticinesizzato, che si trova ad esser guardato storto in Svizzera e lui stesso magari a guardare storto gli altri italiani. Insomma c’è di che andare giù di testa!

Certo, poi bisogna vedere le ragioni del perché si è venuti in Svizzera, saltando la ramina. Mica è sempre per lavoro, c’è chi si è trovato una moglie, un marito, un cane, un lago, un’alpe sulla montagna o perché gli piace il formaggio con la patata, non lo so… fatto sta che qui ha trovato qualcosa che di là non aveva e per cui valeva la pena di restare. Fosse anche solo il lavoro.

Il problema è che spesso l’italiano ticinensis comincia a dare sempre ragione a leghisti e UDC, a declamare le virtù terapeutiche di Ricola e bradwürst e l’aura azzurra così si attenua un poco alla volta. Qualcuno è orgoglioso delle proprie origini e non le rinnega. Altri stracciano via la carta di identità italota, diseredando i parenti terroni (quando avviene il “passaggio” lo diventano tutti, da Chiasso in giù). E per questi la naturalizzazione sembra quasi più un processo di snaturalizzazione, probabilmente si viene infilati in qualche prodigiosa macchina che toglie l’italianità per aggiungere gli ingredienti giusti per la svizzeritudine, gli stessi della Ricola, forse.  (del processo di naturalizzazione magari ne riparliamo...)

Ovviamente in realtà non è così. È un processo proprio naturale. In alcuni indolore, anzi quasi una liberazione da un Paese lasciato da cui ci si sente traditi, e in altri casi un vero e proprio strappo, dalla famiglia, dagli amici dalla propria terra indimenticata. Ma i naturalizzati che forse “soffrono” più di tutti sono quelli che in Svizzera hanno trovato un posto di lavoro e per i quali vivere in un sistema che funziona (sicuramente molto meglio dell’Italia) rende ancora più evidente il divario esistente tra i due Paese e così il connazionale che arriva in Ticino a cercar lavoro, magari togliendolo proprio al naturalizzato, diventa simbolo di quell’Italia che non funziona. Tra l’altro, è un discorso che vale anche per il frontaliere… perché cosa credete, che – al di là del discorso stipendio - al frontaliere non piacerebbe lavorare nel proprio Paese? Magari più vicino a casa, senza dover macinare tutti i giorni centoventi km, come ad esempio il sottoscritto, in macchina per due ore e mezza al giorno (minimo)?

Ci sono i pro e i contro del fare i frontalieri e, ad un certo punto, se si può o per necessità, si salta il fossato. Solo che non è un tradimento, quello di chi si trasferisce, spesso è una fuga dal Paese che non dà un lavoro e in cui si può solo volare bassi, per tante ragioni. Chi può, come i magrebini, i moldavi, gli ucraini, gli albanesi o i pakistani dai loro Paesi, scappa dal Paese di Equitalia, dall’ingovernabile Italia, dove la “grande bellezza” viene svenduta agli stranieri o lasciata a sé stessa, come una barbona abbandonata per strada, vecchia e decrepita, non più in grado di far nulla. E così l’italiano che si è naturalizzato in Ticino per lavoro, nonostante il nuovo orizzonte elvetico dove la qualità di vita è migliore, rischia sempre di ritrovarsi a godere della nuova vita, ma sempre con una punta di amarezza, per una indefinibile nostalgia verso un Paese natìo che si vorrebbe migliore.

Quindi se dovete naturalizzarvi, fatelo per amore. Visto che, almeno quello, difficilmente può essere portato via.

Se volete scrivermi per commentare, piangervi un po' addosso, o anche solo sfogarvi contro un frontaliere, potete contattarmi ad a.finessi[at]gdp[dot]ch. Ah, e scrivetemi anche se volete abbonarvi alla mia rubrica. È gratis

 

 

 
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