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In strada: le strisce pedonali

09.12.2013 - aggiornato: 25.11.2015 - 19:14

Seconda puntata

Ehi - pensa un po' - capita anche dietro al GdP!               (fotogonnella)

di Andrea Finessi

Il capitolo del frontaliere in strada è un argomento vastissimo. Toccare questo tasto equivale a toccare un nervo scoperto per la maggior parte dei ticinesi. A partire dalle strisce pedonali. Bisogna per un attimo (solo per un attimo, eh?! Non chiedo mica troppo, perché so che a qualcuno verrà la febbre cavallina!) provare ad immedesimarsi nell’azzurro al volante, che pur avendo imparato a scuola guida le buone regole dell’educazione stradale, ossia che davanti al pedone che vuole attraversare la strada sulle strisce bisogna fermarsi, ha una naturale avversione per questa diffusissima categoria di persone della quale -quando non si è al volante- si fa parte. C’è una ragione antropological-socio-culturale in ciò, che consiste nel fatto che solitamente il pedone italiano è o sfrontato e ti si butta in mezzo alla strada attraversando dove gli capita, oppure è fin troppo titubante. Quest’ultima categoria fa salire il nervoso nell’automobilista medio italiano, perché quando questi si ferma per far giustamente passare il pedone sulle strisce pedonali, il pedone azzurro che vuole attraversare ti guarda prima con sospetto, poi con incredulità, infine con sguardo di domanda come dire “posso davvero?”. Tutto questo fa perdere preziosi istanti all’automobilista badòla, geneticamente portato alla fretta. Così si spiega perché questi, quando arriva in Ticino e si trova davanti al pedone ticinese che con sicurezza attraversa la strada, quasi sfrontatamente incurante della presenza dell’automobilista, nella mente azzurra avviene una naturale lotta interiore prima di premere il pedale del freno. Perché dopo l’iniziale fastidio per essere stato ignorato, generalmente arriva la consapevolezza di avere a che fare con un esemplare diverso di pedone. E a quel punto di solito scatta il rispetto e ci si ferma. Non sempre però, perché a volte avviene la reazione contraria, ossia l’incazzatura e la sfida. Si preme il tasto sull’acceleratore e si accelera per passare prima del pedone. Come a dire: “Ué, va che c’ero prima io…”. Certo, dopo un po’ qualcuno impara e il Ticino educa. Tant’è che anche io, dopo le mie prime volte al volante in Ticino (con tanto di fastidio davanti all'impudente pedone), ho capito la solfa e sono tornato a rievocare quelle prime lezioni di scuola guida che oggi ricordo vagamente fossero del tipo “il pedone ha sempre ragione”... più o meno. E cosi ormai, anche in Italia, davanti al pedone titubante prendo fiato e mi fermo con pazienza (perdendo i miei preziosi istanti). Anche se va contro il mio naturale istinto genetico.
Ho notato tuttavia che anche il pedone ticinese, specialmente l'esemplare del Sottoceneri, qualcosa ha imparato, ossia a guardare la targa prima di attraversare. E quando vede “azzurro”... vedi apparire un’ombra di titubanza e sospetto che, diciamolo, potremmo anche chiamare “buon senso”… 

Se volete scrivermi per commentare, suggerire o anche solo sfogarvi contro un frontaliere, potete scrivermi ad a.finessi[at]gdp[dot]ch

Per i lettori più appassionati delle avvincenti storie di frontiera che vogliono proseguire nella lettura, pubblichiamo a tal proposito un commento di un nostro lettore, Antonello Maspoli, che, oltre che farci molto piacere, fa anche riflettere. I fan più sfegatati e curiosi possono poi proseguire nella lettura ancora più in giù, fino alla mia replica. 

"Carissimo a.finessi, anche tu, come molti di noi nei confronti dei frontalieri, sei caduto negli stereotipi popolari. Il ticinese parla il dialetto tanto quanto lo parla il comasco o il milanese. Tra l'altro il dialetto dei momò, tranne qualche accento, è praticamente lo stesso di quello dei lariani o dei milanesi. Scommetto quello che vuoi che nessun ticinese ha il poster di Jor Milano o Mariuccia Medici appeso in camera. Guardiamo i loro spettacoli come abbiamo apprezzato, a suo tempo,  le commedie del Legnanesi; oppure come abbiamo imparato le canzone dei Gufi, con Svampa e Patruno o le canzoni di Jannacci o, di questi tempi, le belle canzoni di Davide Van De Sfroos. Anche noi leggiamo i libri di Volo o Moravia o Pavese. Anche noi andiamo a teatro a Como o Milano, Seguiamo con passione il cacio italiano, guardiamo Ballarò .... Siamo molto più italiani di quanto tu possa pensare. La nostra cultura è la vostra, abbiamo solo avuto la fortuna di essere nati in un paese piccolo, ricco e meglio organizzato. Abbiamo anche la fortuna di essere confinanti con uno dei paesi più belli del mondo: l'Italia. Molti di noi approfittano per gli acquisti nei supermercati, esattamente come voi approfittate, e fate bene, del nostro mercato del lavoro. Fossi nato 4 km più a Sud, probabilmente sarei anch'io un frontaliere.
Negli ultimi anni, alcune correnti politiche populiste, hanno cavalcato il tema dei frontalieri, che "rubano" il lavoro ai Ticinesi, allo scopo di accaparrarsi il voto di molti ticinesi ed hanno così creato un clima di tensione e di rivalità che non corrisponde alla realtà dei sentimenti nostri.
Queste correnti politiche hanno fatto del male soprattutto a noi. Il problema sta nella nostra economia che va alla ricerca di manodopera a basso costo sfruttando, in modo scorretto, sia gli operai provenenti dall'Italia, sia quelli che vivono in Ticino.  Noi non siamo arrabbiati con i frontalieri, siamo arrabbiati con il mondo economico ticinese, che sfrutta questa situazione per giocare al ribasso con gli stipendi.
Tornando al dialetto e all'italiano, è solo una questione di abitudini e di educazione. Io parlo dialetto con chi parla dialetto e italiano con chi parla italiano. È anche vero che sono tanti i ticinesi che usano l'idioma locale, ma non per distinguersi dai frontalieri, piuttosto per una certa difficoltà nell' esprimersi nella lingua di Dante. Ciò in particolare nei paesini di montagna o nelle valli. Penso sia così anche nei paesini della Val Trompia o della Val Brembana.
Capisco naturalmente il sentimento di esclusione di chi non conosce il dialetto e si trova in un ambiente in cui si comunica poco in Italiano. Lo stesso sentimento che proviamo noi quando andiamo oltre Gottardo, dove si parla tedesco o francese e chi deve fare lo sforzo per farsi capire siamo noi, i ticinesi, che oltre all'italiano devono studiarsi il francese e il tedesco e poi anche l'inglese.
Dunque non siamo  paesanotti che guardano solo Jor Milano o Mariuccia Medici (senza nulla togliere alla loro bravura), non siamo nemmeno più il Paese del boccalino e delle zoccolette (quelle di legno intendo). E non abbiamo bisogno dei film ridoppiati, capiamo benissimo l'italiano e non solo.
In Ticino abbiamo accolto italiani, ebrei, sloveni, croati, anche se a volte ci scappa la parolaccia (taglian da...) esattamente come al milanese scappa (terun da ...) o (svizerott da ...) in queste cose tutto il mondo è paese. Cordiali saluti, Antonello Maspoli
"

 

Buongiorno, la ringrazio davvero tanto per il commento e la critica! È la prima che ricevo "dall'esterno" della redazione, oltretutto molto ben argomentata, come la sua. Spero di non averla offesa, con le mie parole che, chiaramente, sono un po'l'estremizzazione di fenomeni o situazioni in ticino o in Italia che attingono dal mio immaginario. Il "gioco" dove sta? Non nello schematizzare ed etichettare il ticinese, bensì nel toccare e far risaltare quegli aspetti del Ticino che sono tipici, di cui magari lo svizzero non si rende conto perché per lui sono la normalità, ma l'italiano in genere nota. Sfumature del Paese che io noto in particolar modo, forse perché mi mancano e le vorrei, guardando all'Italia, e le esalto, forse perché semplicemente mi stupiscono, e allora le affronto come qualcosa da studiare, o forse perché mi infastidiscono, e allora le tratterò come qualcosa su cui potrebbe valer la pena riflettere. Spero così di aver risposto al suo commento e ad eventuali future critiche sui prossimi temi, in sintesi rispondendole che non voglio schematizzare il ticinese e applicare etichette diciamo "al contrario" ossia da italiano verso lo svizzero, ma solo sottolineare alcune peculiarità che io, Andrea Finessi, noto e mi colpiscono. Sono storie, racconti, anche parodistici, della mia personalissima esperienza, insomma.

 

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