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50 anni di giornalismo nella Svizzera italiana

12.05.2017 - aggiornato: 12.05.2017 - 17:00

di Giovanni Molo

Nelle scorse settimane, accompagnato da una mostra alla Biblioteca cantonale, è uscito il secondo volume della retrospettiva di Enrico Morresi su 50 anni di storia del giornalismo nella Svizzera italiana, dal 1950 al 2000. A chi, magari incuriosito da nomi o volti famigliari, si indirizzasse verso il secondo volume (dal 1980 al 2000), non si può non raccomandare di estendere lo sguardo anche sul trentennio precedente (dal 1950 al 1980), raccontato nel primo volume. Vi si ritrova negli anni 50 - agli inizi delle vicende narrate dall’autore, non solo nelle loro pagine più strettamente giornalistiche, ma anche in quelle culturali, politiche, economiche, che ci parlano dei conti dei giornali e della loro diffusione, dei redditi dei tipografi e di quelli dei giornalisti - un paese completamente diverso. Erano i tempi in cui, pur con poche migliaia di copie, sei quotidiani, cui si aggiungeva un trisettimanale quale l’Eco di Locarno, sentivano la missione di dover diffondere una propria visione non solo della politica ticinese, ma anche della vita e del mondo. Gli opinionisti dell’uno o dell’altro quotidiano si accipigliavano non solo sui fatti politici ticinesi, che diventano epocali e giganteschi (la Repubblica dell’iperbole, si diceva), ma commentavano e dibattevano anche su quelli della grande storia attorno. Il confronto, in salsa ticinese, tra don Camillo e Peppone, si riverberava negli appassionati dibattiti a distanza tra lo storico direttore del Giornale del Popolo, monsignor Leber, e quello del Dovere, Plinio Verda. Aldilà delle pagine del racconto, che riescono a lasciare quelle dei giornali per scovare quelle più intime dei carteggi privati, dove all’invettiva si sostituisce bonaria ironia, quasi tenerezza, ne emerge un’idea di autarchia culturale di quel Ticino lontano. Come se tutto dovesse essere creato, detto, e persino pensato, tra Chiasso ed Airolo. Oggi è un mondo completamente diverso. Non soltanto perché, con la diffusione delle nuove tecnologie, i grandi fogli dei giornali sono sempre meno lo specchio in cui si riflette l’attualità politica, culturale ed economica, ma anche perché, sia che le frontiere le si voglia abbattere, difendere o esaltare, quello che sta fuori inevitabilmente plasma quanto sta dentro. E dalla Repubblica dell’iperbole si rischia di trasformarsi nella Repubblica dell’oblio, che rinuncia a formare pensieri propri, e perfino a provarci.

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