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Banche svizzere e disinformazione italiana

16.02.2018 - aggiornato: 16.02.2018 - 11:00

di Giovanni Molo

Nelle ultime settimane, a scadenze regolari, appaiono notizie sulla stampa italiana, che lasciano intendere che il segreto bancario svizzero potrebbe essere risorto. È quindi il caso di fare un po’ d’ordine, e di distinguere le lucciole dalle lanterne. La Svizzera è stata recentemente giudicata una giurisdizione conforme dal global forum dell’OCSE in materia di scambio di informazioni su richiesta. Per quanto attiene i rapporti bilaterali tra Svizzera e Italia vi è in proposito addirittura una triplice base legale: la convenzione di doppia imposizione, la convenzione multilaterale in materia di assistenza amministrativa, e il protocollo tra Svizzera ed Unione europea relativo alla revisione dell’Accordo sulla fiscalità del risparmio. Non solo, a partire dal 1. gennaio 2017 vengono raccolti dati di clienti italiani presso banche svizzere che verranno automaticamente trasmessi alle autorità italiane nel corso del 2018. L’era del segreto bancario nei rapporti tra Italia e Svizzera è quindi definitivamente tramontata. Tuttavia, in uno stato di diritto, ciò non significa che le persone toccate dalla trasmissione di dati possano essere di incanto private di ogni tutela. Una duplice giurisprudenza del tribunale federale ha così precisato, con riferimento allo scambio di informazioni tra Svizzera e Stati Uniti, la posizione dei soggetti terzi, in particolare dei consulenti interni od esterni agli istituti bancari (i cosiddetti third party advisors). Dapprima, con la sentenza del 23 agosto 2017 (DTF 143 II 506) è stato chiarito che anche questi soggetti, laddove i loro dati potrebbero essere scambiati, fruiscono di qualità di parte, e possono quindi impugnare provvedimenti con cui viene decisa la trasmissione di informazioni che li riguardano. Con una seconda sentenza del 18 dicembre 2017 (2C-640/2016), è stato deciso che i dati relativi a questi consulenti devono essere esclusi dalla comunicazione poiché la stessa ha un oggetto fiscale, e si riferisce esclusivamente alla posizione tributaria dei contribuenti dello Stato richiedente. Anche nell’ipotesi in cui questi dati potrebbero avere una rilevanza penale nello Stato richiedente, una simile finalità esula dall’oggetto dell’assistenza amministrativa, non trattandosi di uno strumento di cooperazione internazionale in materia penale. Quanto allo scambio automatico, appare nella concezione svizzera fermo il principio che le persone toccate dalla trasmissione dei dati debbano fruire di una serie di diritti. Anzitutto, possono avere accesso ai dati che li riguardano e che gli istituti finanziari intendono trasmettere. In secondo luogo, hanno diritto a richiedere una rettifica di tali dati, laddove questi non fossero esatti, rispettivamente ad opporsi al loro scambio, se questo non fosse nel caso concreto giustificato. Se necessario, tale diritto può essere fatto valere davanti ad autorità giudiziarie. Naturalmente, questi diritti non possono costituire un motivo per intralciare l’impegno internazionale assunto della Svizzera di adempiere lo scambio automatico. In altre parole, ci si potrà opporre alla trasmissione dei dati soltanto laddove questa non fosse fondata in applicazione delle basi di diritto internazionale che disciplinano lo scambio automatico. Il segreto bancario, insomma, non è risorto. Semplicemente, la trasmissione dei dati avviene in un quadro ordinato, e sono finiti, per la Svizzera, gli anni bui che avevano contraddistinto la trasmissione selvaggia di dati, in particolare verso gli Stati Uniti, a partire dal 2008.

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