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Bugie e omissioni attorno al salario minimo

01.09.2017 - aggiornato: 01.09.2017 - 13:00

di Stefano Modenini

© Foto archivio CdT

La baraonda scatenata dopo la pubblicazione della sentenza del Tribunale federale sul salario minimo a Neuchâtel, oltre ad aver mostrato chiaramente chi si posiziona sul fronte che considera gli imprenditori ticinesi e le aziende di questo Cantone dei criminali e approfittatori, ha pure mostrato la colossale scarsa conoscenza del tessuto economico cantonale da parte di frange della politica e naturalmente di quella parte dell’opinione pubblica che quotidianamente sputa sentenze sui blog cantonali. 

La Costituzione cantonale prevede l’applicazione di salari minimi differenziati per categoria e mansione, da calcolare in base a una determinata percentuale della mediana salariale della professione, pertanto questa è la volontà popolare che occorre rispettare. Qualora Governo e Parlamento non rispettassero la volontà popolare, i ricorsi al Tribunale federale saranno inevitabili. Diciamo che prima di 3-4 anni in Ticino probabilmente non vi sarà alcuna applicazione del salario minimo. Anche se il mercato del lavoro ticinese non è affatto alla deriva, come dimostrano le cifre degli abusi salariali verificati dall’Ispettorato cantonale del lavoro, è indubbio che la sua situazione sia peggiorata negli anni e necessiti di correttivi, gran parte dei quali tuttavia sono già esistenti e utilizzati. 

Nell’ambito di una discussione già esasperata sul salario minimo occorre correggere talune affermazioni fuorvianti e comprendere bene il contesto che Governo e Parlamento andranno a regolamentare. 

Innanzitutto cos’è il salario? Esso è la remunerazione della prestazione professionale del lavoratore. Il livello salariale definito deve primariamente tenere conto di questo aspetto. In seconda battuta il salario, anzi il costo lordo del lavoratore (occorre considerare anche gli oneri sociali) è uno dei costi dell’azienda, uno dei più importanti. Esso non è una variabile indipendente dagli altri costi aziendali e pertanto quando si afferma che i salari devono seguire l’aumento del costo della vita si dice una cosa sbagliata, anche concettualmente. Siamo d’accordo sul fatto che debbano essere pagati salari dignitosi che permettano alle persone di vivere, ma non è che se il premio di cassa malattia aumenta in un anno del 5 per cento i salari debbano crescere dello stesso importo. I salari cresceranno semmai tenendo conto del contesto in cui opera l’azienda: livello di tutti i costi aziendali, confronto fra costi e ricavi, andamento dei mercati dove vengono venduti i prodotti e le prestazioni, ecc.

Inoltre bisogna chiedersi onestamente quale potrebbe essere il risultato dell’applicazione dei salari minimi in Ticino. Faremo davvero un favore alla popolazione residente? In grande parte no. I beneficiari del salario minimo saranno infatti in ragione di circa 2/3 i lavoratori frontalieri, parte dei quali si colloca nelle fasce più basse delle remunerazioni. Ma alla popolazione che ha diritto di voto nel 2015 in occasione della votazione sui salari minimi cantonali è stato fatto credere che essi sarebbero andati a loro beneficio! 

In una regione di frontiera come il Ticino, che ogni giorno vede varcare i propri confini da circa 65.000 lavoratori provenienti in grande parte dalla vicina Italia, il salario minimo garantito per legge rappresenterà inevitabilmente un grande fattore di attrazione per i frontalieri. Il messaggio del resto è già stato propagandato abilmente dalla stampa italiana: «Andate a lavorare in Ticino, guadagnerete almeno 3.500 euro al mese!». Inoltre i lavoratori frontalieri possono iscriversi agli uffici regionali di collocamento per cercare lavoro in Svizzera.

Con il salario minimo tutte le attività economiche con bassa marginalità e forte competizione sui mercati internazionali e sul mercato interno sono a rischio. Non stiamo parlando di sfruttatori della manodopera giunti dalla vicina Italia negli ultimi anni, bensì di ditte che sono in Ticino da decenni e per le quali non abbiamo nessun motivo valido per spingerle alla chiusura o alla delocalizzazione. Qualora il salario minimo fosse collocato a livelli eccessivi dal punto di vista del ragionamento economico, i primi a farne le spese sarebbero i giovani: perché l’azienda dovrebbe dare ad esempio 3.500 franchi al mese a un giovane al primo impiego quando con quella cifra sul mercato del lavoro può trovare lavoratori già formati? Non sto dicendo che bisogna agire così, ma che questo potrebbe essere uno dei tanti effetti negativi del salario minimo è innegabile.

(Stefano Modenini, direttore AITI)
 

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