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Commercio al dettaglio: il destino è (anche) in mano ad altri

17.07.2017 - aggiornato: 17.07.2017 - 10:00

di Angelo Geninazzi

Chi cerca notizie relative alla crescita del commercio al dettaglio deve sfogliare giornali di parecchio tempo fa. Da diversi anni a questa parte l’attualità del settore riporta le percentuali costantemente negative rilevate dall’Ufficio federale di statistica.

Un settore importante e in difficoltà

Male, perché quando parliamo del commercio al dettaglio non parliamo di noccioline: grazie ad una cifra d’affari a livello svizzero di quasi 100 miliardi di franchi, sono oltre 370.000 i collaboratori che percepiscono lo stipendio in questo settore e che contribuiscono alla creazione di PIL in ragione del 5%: un salariato su otto lavora nel commercio al dettaglio.  Da tempo il vento che tira non è tra i più favorevoli per il settore: il franco forte, il commercio online o gli orari di apertura dei negozi sono concause di una decrescita avvenuta in barba all’aumento della popolazione. Non tutti gli attori sono toccati allo stesso modo e finora i “grandi” hanno trovato contromisure più efficaci rispetto ai commerci più piccoli. Anche geograficamente gli sviluppi sono differenziati, con le regioni di confine a soffrire maggiormente. Tra queste soprattutto il Ticino, da sempre confrontato alla concorrenza italiana, altamente competitiva in termini di prezzi. 

Il problema non è il franco forte

Affibbiare l’origine di tutti i mali al franco eccessivamente apprezzato sarebbe però un errore. Piuttosto, la sopravvalutazione della moneta nazionale ha messo in evidenza il ritardo della politica nazionale nell’effettuare diverse riforme che da tempo si impongono. No, le cause della sproporzione dei prezzi tra i negozi svizzeri e quelli a pochi passi oltre frontiera non cadono dal cielo ma sono in gran parte clamorosamente “fatte in casa”, principalmente da regolamentazioni e prescrizioni statali. Il protezionismo agricolo – che resta una “vacca sacra” nella Berna federale – incide moltissimo sui prezzi in fase di importazione. Anche l’applicazione solo parziale del principio del Cassis di Dijon impone tutta una serie di prescrizioni, mentre diverse disposizioni per la protezione dei consumatori originano diverse esigenze tecniche - con conseguenti costi - come, per esempio, le etichette speciali ad hoc per la Svizzera. E poi c’è l’annoso capitolo delle importazioni parallele – il divieto per il commercio al dettaglio di importare direttamente la merce senza passare dai “grossisti” – che mantiene l’isola dei prezzi svizzera ben rialzata rispetto all’estero. Anche le restrizioni in materia di licenze edilizie (che aumentano i costi di costruzione) o quelle tanto discusse degli orari di apertura dei negozi non concedono flessibilità e scampo: o le riforme in questi ambiti verranno affrontate di petto oppure, franco o non franco, il prezzo resterà sempre un fattore di svantaggio per il commercio al dettaglio svizzero. 

Le soluzioni sono in mano ad altri

Come in altri settori – ma questo è probabilmente il più emblematico – il destino del commercio al dettaglio in una regione di frontiera come il Ticino è in buona parte in mano ad altri. Le necessarie e per molti versi urgenti riforme hanno una valenza nazionale ed esulano dunque dalla competenza della politica cantonale o da misure regionali. Il settore ticinese ha davanti a sé sfide importanti: per garantirsi le quote di mercato e gli impieghi dovrà essere capace a dialogare con la politica federale, la quale tiene giocoforza in considerazione non solo gli interessi delle regioni e le rispettive necessità, ma anche altri obiettivi e priorità (ad esempio la protezione dell’agricoltura). Sarà importante… vendersi bene.

 

 

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