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Cupola universitaria

29.09.2017 - aggiornato: 29.09.2017 - 08:00

di Giovanni Molo

Non era alle porte di politici corrotti o manager infedeli che bussavano questo lunedì all’alba gli agenti della Guardia di finanza, ma a quelle dei loro stessi maestri, professori di diritto tributario in ogni parte d’Italia. L’atto di coraggio di un ricercatore che ha impugnato l’esito di un concorso pilotato, nonostante chi lo avvertisse di non commettere un suicidio accademico escludendosi a vita da tutte le università, ha scoperchiato quella che, secondo i suoi artefici, doveva essere un’autentica “cupola”. Il termine “cupola” descrive perfettamente un sistema altamente gerarchico dove mantenere un rigido controllo sull’attribuzione delle cattedre. Così, mentre nella percezione comune, l’università, quale luogo della conoscenza, dovrebbe essere uno spazio che sappia mettere in discussione il potere, politico o economico che sia, essa stessa diventa l’apoteosi del potere. Va avanti, soltanto, chi appartiene a una determinata clientela, o ha un padrino che lo spinge. Questa, secondo le intercettazioni raccolte, sarebbe “la logica dell’università, in cui principi e criteri meritocratici sono sotto i piedi”. E non si dica, la solita “Italia mafiosa”, perché, nella indagine sugli “scambi di favore” e sugli “interessi personali, professionali o associativi” - nelle parole degli inquirenti - legati alle attribuzioni delle cattedre, l’epicentro del potere non era né a Corleone, e nemmeno nei quartieri spagnoli di Napoli, ma invece in prestigiose Università di Roma e di Milano, da cui discendevano composite clientele di baroni, vassalli e valvassini. Tra chi ci ha lasciato le penne, naturalmente, c’è anche qualche valvassino incolpevole che, più che artefice, è esso stesso vittima di questo sistema, cui ha dovuto piegarsi per campare. E naturalmente è un puro caso che è stata scoperchiata la pentola dei professori di diritto tributario, e non quella di un’altra disciplina. Semplicemente, tra mille ricercatori che hanno ingoiato il rospo, adeguandosi e aspettando supini il loro turno, o cambiando mestiere, chi è andato fino in fondo è stato un ricercatore proprio in quell’ambito. Poiché, quindi, il mondo è paese, e non tutto il male ovviamente sta nelle cattedre di diritto tributario, occorrerà pure cercare di trarne qualche insegnamento generale. Nel sistema angloamericano delle università private, il merito dovrebbe prevalere sulla base della competizione. Nel nostro sistema continentale di università pubbliche, invece, il merito dovrebbe essere svelato dalla valutazione di gremi di pari (peer review). Questi gremi, però, non sono oracoli ispirati, solo, a scienza e coscienza, ma anche, come è fisiologico, gruppi di potere. E tutti i gruppi di potere, quelli universitari inclusi, necessitano, in uno stato di diritto, istanze di controllo. La libertà accademica e l’indipendenza dell’università dalla politica non possono quindi essere un pretesto per sfuggire a controllo e vigilanza. Una buona miscela tra questi valori in parte contradditori, insieme a criteri oggettivi di selezione, sono gli ingredienti per consentire alle università di far fiorire le idee, senza farle atrofizzare nelle logiche  di potere delle baronie.

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