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Domande raggruppate dall’Italia?

10.03.2017 - aggiornato: 10.03.2017 - 11:00

di Giovanni Molo

Sta facendo discutere, tra gli addetti ai lavori, la motivazione della sentenza del Tribunale federale relativa all’accoglimento di una domanda di informazioni proveniente dal fisco olandese, che mirava ad acquisire informazioni in merito alla totalità dei clienti di UBS che avevano ricevuto dalla banca richiesta di comprovare la conformità fiscale dei loro averi e che non vi avevano dato seguito. L’esito della sentenza era giunto nel mese di settembre dell’anno scorso, ma sono passati quasi 6 mesi perché fossero rese pubbliche le motivazioni.

La volontà della Svizzera, ed in particolare del Consiglio federale, di lasciarsi alle spalle il capitolo della controversia fiscale con i paesi membri dell’Unione europea e con gli Stati Uniti è molto chiara da diverso tempo. Nell’implacabile sistema delle pagelle (liste nere, liste grigie e liste bianche) messo in atto dall’OCSE, la Svizzera doveva scegliere tra il rischio, più o meno concreto, respingendo la domanda di assistenza olandese, di vedersi ulteriormente bacchettata nelle valutazioni del Global Forum dell’OCSE, da una parte, ed il rischio, dall’altra, di aprire uno squarcio di luce sui dati bancari del passato. La questione, infatti, riguarda esclusivamente il passato.

Con l’introduzione dello scambio automatico nei confronti dei paesi membri dell’Unione europea, infatti, viene inesorabilmente scattata con data 31 dicembre 2016 una fotografia sugli averi finanziari della clientela europea situati su banche svizzere. Potrebbe interessare all’Italia, così come preannunciato nella road-map stipulata con la Convenzione bilaterale nel febbraio 2015, un’informazione sui clienti che sono fuggiti dalle banche svizzere prima del 31 dicembre 2016, sulla falsa riga della domanda raggruppata olandese? Sembrerebbe di no. Tra Voluntary Disclosure 1 e Voluntary Disclosure 2, l’Italia sembrerebbe temere che, con questi sforzi, potrebbe alla fine raccogliere soltanto poche briciole. In altre parole, non solo non possono più esserci capitali italiani in fuga in Svizzera al 31 dicembre 2016, poiché verrebbero inesorabilmente fotografati con lo scambio automatico, ma anche i capitali presenti nel febbraio 2015 sono stati nel frattempo in larghissima parte regolarizzati.

Lo sforzo, ci si dice quindi probabilmente a Roma, probabilmente non varrebbe la candela. Tanto è che dall’entrata in vigore nel settembre del 2016 del nuovo accordo di collaborazione fiscale ad oggi nessuna domanda di assistenza raggruppata ancora è stata presentata dall’Italia. Più che ai capitali in fuga, l’interesse del Fisco italiano sembrerebbe invece muoversi verso i contribuenti in fuga. Verso coloro che, cioè, a fronte dell’allargamento delle norme sullo scambio delle informazioni, non hanno deciso di spostare o di trasferire i loro averi verso lidi sempre più improbabili, ma si sono spostati essi stessi, cambiando la loro residenza. Se, questa, sarà la scelta delle autorità italiane nel calibrare una domanda raggruppata, si aprirà un nuovo fronte interpretativo sulla portata, spaziale e temporale, delle clausole sullo scambio di informazioni.

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