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Estradizione per Puigdemont?

10.11.2017 - aggiornato: 10.11.2017 - 10:00

di Giovanni Molo

Chi pratica procedimenti penali internazionali, conosce bene l’abbaglio in cui possono incappare i difensori novizi. Viene perorata, con ampiezza di argomenti, l’innocenza dell’accusato. Raggelante è quindi il verdetto della Corte. La colpevolezza va accertata, nel merito, nello Stato che chiede l’estradizione, in quello che la concede deve essere verificata solo la legittimità della richiesta. Ciò che equivale a dire al difensore: hai sbagliato processo, e tutto quanto hai detto è inutile. Una buona difesa contro l’estradizione non si fonda quindi sull’innocenza dell’accusato ma sulle riserve poste dai trattati internazionali alla collaborazione. Applicando la Convenzione sull’estradizione del 1957, a cui ha aderito anche la Svizzera, Puigdemont, che si è ritrovato, nello spazio di poche settimane, da governatore della Catalogna a rivoluzionario in esilio in Belgio accusato di reati gravissimi, potrebbe dormire sonni tranquilli. La Convenzione esclude infatti l’estradizione per reati politici e affini. La decisione quadro dell’Unione europea sul mandato di arresto invocata dalla Spagna contro Puigdemont restringe però notevolmente le riserve per opporsi all’estradizione. Partendo dal presupposto di un’Unione in cui in tutti gli ordinamenti nazionali vengono garantiti i principi democratici e dello Stato di diritto, viene favorita la libera circolazione delle decisioni giudiziarie degli Stati membri, che non necessitano più di un esame preliminare dello stato di esecuzione. L’esito possibile davanti ai tribunali di estradizione belgi è quindi estremamente incerto. Anche se non è escluso che un’interpretazione della decisione quadro in connessione con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo possa bloccare l’estradizione di Puigdemont (ciò che equivarrebbe tuttavia a un pugno nello stomaco dello Stato spagnolo, poiché significherebbe disconoscerne la sua qualità di Stato di diritto), un’applicazione meccanica della stessa dovrebbe invece condurre ad una sua estradizione. Non c’è dubbio che, da un profilo puramente difensivo, Puigdemont avrebbe quindi fatto meglio a consegnarsi alla Procura di Ginevra, o di Lugano, anziché a quella di Bruxelles. Egli ha, tuttavia, voluto portare, anche politicamente, la questione catalana nel cuore dell’Unione europea. L’Unione per il momento è stata alla finestra. L’Europa, costruita sugli Stati nazionali anziché sulle regioni, teme infatti che la secessione catalana possa fungere da volano per vari spifferi centrifughi in giro per l’Europa. L’applicazione rigida del diritto, che sia la decisione quadro sul mandato di arresto europeo oppure le prerogative costituzionali spagnole insanabilmente contrapposte al principio dell’autodeterminazione, rischia di portare verso un vicolo cieco. Occorre, subito, una mediazione internazionale. Gli indipendentisti catalani devono impegnarsi a rispettare l’esito delle elezioni indette dal Governo spagnolo per il 21 dicembre 2017. Il Governo spagnolo deve invece garantire che le elezioni democratiche si svolgano in modo tale da garantire a tutte le parti una parità delle armi (democratiche). Ciò che impone il congelamento di tutti i procedimenti penali a carattere politico, e la liberazione dei diversi detenuti. L’esito delle elezioni determineranno il destino politico della Catalogna, ma così viene, nell’immediato, depotenziata la crisi catalana.

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