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Generazione Z @ lavoro

08.12.2017 - aggiornato: 08.12.2017 - 11:30

di Siegfried Alberton

Ad ogni fine-inizio anno ci viene spontaneo fare bilanci e previsioni. La recente pubblicazione Gen Z @ Work: How the Next Generation Is Transforming the Workplace di David and Jonah Stillman. DAS Creative, LLC. HarperCollins Publishers, ci dà lo spunto per riflettere una volta in più sul tema dell’intergenerazionalità, non nuovo invero, ma degno di particolare attenzione se combinato con alcune tendenze evolutive quali l’invecchiamento demografico, la digitalizzazione, le nuove forme di lavoro e dell’interazione sociale.

Risulta difficile fare previsioni o, meglio, speculare sul futuro della società, dell’economia e, in particolare, del lavoro, senza conoscere e capire coloro i quali stanno diventandone i protagonisti, segnatamente i nati tra il 1995 e il 2012, quindi la cosiddetta “generazione Z”. David e Jonah Stillman, padre della generazione X e figlio della generazione Z, studiano da anni questa generazione che descrivono fatta di individui idealisti, indipendenti, tecnicamente abili, che operano in un mondo dove realtà fisica e virtuale si confondono, che si preoccupano della salute, della sicurezza e dell’ambiente. Gli attentati del 2001 e l’ondata di terrorismo che ne è seguita li hanno resi lucidamente realisti. Sono la generazione del “fai da te”; fanno parte di un mondo nel quale pensano di poter personalizzare qualsiasi cosa. Sono estremamente competitivi e vogliono emergere.

Per loro natura, sono logicamente candidati per nuove posizioni lavorative che vanno nella direzione di un mondo sempre più digitale. Credono nella forza del collettivo e nel potere del “noi”. Promuovono l’economia della condivisione, anche perché sono cresciuti al suo interno. 

Queste ed altre caratteristiche guidano e guideranno le attenzioni di chi interagirà anche rofessionalmente con queste persone, di chi le assume e le assumerà e di chi le gestisce e le gestirà. Per esempio, per reclutarli sarà necessario usare strumenti nuovi e avanzati, tipicamente digitali, come pure un nuovo lessico fatto di
termini e immagini poco comprensibili ai lavoratori e ai manager più “anziani”. Per ottenere di più, professionalmente parlando, dai giovani di questa generazione, è importante considerare che tengono molto alla loro immagine e pretendono piani di carriera personalizzati nello sviluppo dei quali vogliono essere parte attiva.

È altresì importante tener presente che sono tendenzialmente intraprendenti. Bisogna e bisognerà incoraggiare questa loro attitudine. Da una parte si sentiranno partecipi e motivati, dall’altra le imprese potranno beneficiare di questo spirito imprenditoriale nella gestione continua ed efficace del cambiamento. Cosa può fare la generazione o le generazioni precedenti per convivere bene con la nuova, continuando ad imparare e ad evolvere? Di sicuro non deve frenarne gli impulsi creativi e innovativi, così come non deve ostacolare quanto di buono sta facendo nella transizione valoriale. Si può essere più o meno d’accordo con gli autori del libro citato e con le loro ricerche. Ma non è questa la cosa che più conta. È più importante immergerci tutti nel gioco intergenerazionale che fa da sfondo ai lavori dei Stillman e assieme forgiare i datori di lavoro, gli imprenditori, i manager, i lavoratori, i politici, gli individui e i cittadini di domani.

(Siegfried Alberton, responsabile del Centro competenze INNO 3 della SUPSI)

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