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Giovanni Molo: «Battuta d’arresto nella strategia del denaro pulito»

12.12.2013 - aggiornato: 24.12.2013 - 12:50
di Giovanni Molo
 
Il 29 novembre 2013, il Consiglio federale ha comunicato la sospensione dell’avamprogetto di revisione della legge sul riciclaggio di denaro, che si proponeva di introdurre degli obblighi di diligenza estesi per tutti gli intermediari finanziari (banche, ma anche gestori patrimoniali indipendenti e fiduciari) volti a verificare la conformità fiscale di tutti i clienti, svizzeri ed esteri, nuovi ed esistenti. La battuta d’arresto del Consiglio federale risponde alla forte opposizione manifestata nell’iter di consultazione sull’avamprogetto. In particolare, sono state recepite anche le preoccupazioni espresse dal Cantone Ticino e dalla Federazione ticinese delle associazioni di fiduciari. Il Consiglio federale ha così evitato di compiere un balzo in avanti, che, da qualsiasi parte la si voglia vedere, avrebbe posto la legislazione svizzera in una posizione non sincronizzata con le evoluzioni in corso nel resto del mondo: non sincronizzata rispetto alle misure poste in atto dagli altri centri finanziari internazionali, alla definizione da parte di altri Stati di opportunità di dichiarazione facilitata e, infine, agli sviluppi in merito alla possibile introduzione di uno scambio automatico delle informazioni quale nuovo standard internazionale.
 
La battuta d’arresto dell’avamprogetto di legge non significa però che il vento verso la conformità fiscale dei clienti della piazza finanziaria svizzera vada placandosi. In particolare, è sempre maggiore l’attenzione da parte degli intermediari finanziari nella ponderazione dei rischi fiscali. Sempre maggiore attenzione viene infatti posta dalla FINMA nell’ambito della sorveglianza dei rischi transfrontalieri per i propri affiliati determinati da controversie in relazione con gli adempimenti fiscali dei clienti. Attenzione che, sempre di più, non riguarda soltanto gli istituti svizzeri ma anche, su base consolidata, le filiali all’estero. Le banche stesse, anche in assenza di un quadro legale vincolante, sono quindi indotte a mettere in atto misure precauzionali, che si spingono sempre di più nella direzione di identificare in maniera attiva un profilo fiscale del cliente, e di rifiutare il cliente inadempiente.
 
Tali misure, ancorché non previste da una esplicita base legale, sono senz’altro legittime, purché non si scontrino con gli obblighi di diligenza e fedeltà nei confronti del cliente. Terreno, questo, di frequente scontro tra banche e clienti, ad esempio nelle restrizioni poste dalle banche sugli atti disposizione dei clienti rispetto ai propri averi o nella messa in opera (ad esempio per i clienti americani) di forme di entraide sauvage, cioè di trasmissione di dati senza decisioni di autorità svizzere cresciute in giudicato all’infuori quindi dei canali di cooperazione previsti dal diritto interno o dagli accordi internazionali. Fermato l’avamprogetto del Dipartimento federale delle finanze, il riorientamento del private banking su nuovi indirizzi di compliance sempre più esigenti nell’indagine sugli adempimenti fiscali dei clienti si rivela in ogni caso un passaggio più lungo e complicato di quanto le voci sulla ineluttabilità del cambiamento storico ripetono in coro.

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