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I 50 anni della galleria del San Bernardino

07.12.2017 - aggiornato: 07.12.2017 - 10:30

di Remigio Ratti

Dopo cinquant’anni Hinterrhein e Mesocco, i due Comuni ai portali della prima galleria autostradale alpina interamente svizzera - inaugurata tre, rispettivamente, due anni dopo quelle del Gran San Bernardo (1964) e del Monte Bianco (1965) -  si sono ritrovati sabato scorso a San Bernardino: un vero incontro tra popolazioni in un messaggio tra realismo e nostalgia; tra storia, presente e futuro. Quale può essere stato per queste due comunità l’impatto del collegamento stradale aperto tutto l’anno grazie alla galleria di 6,6 chilometri? Limitandomi alla scala locale e tralasciando le altre, ma lo schema di ragionamento sarebbe analogo, vedo quattro variabili di un’ipotetica equazione dello sviluppo.

La variabile più evidente è legata ai “flussi” di traffico: 7500 veicoli durante i giorni feriali, quasi 10mila nei fine settimana. 500 veicoli pesanti, contro i 2300 in media al San Gottardo (domeniche escluse), rappresentanti il 15% di quelli che attraversano le Alpi svizzere. È il prezzo pagato in cambio di una settantina di posti di lavoro nella gestione e manutenzione della galleria e dei suoi accessi. Un apporto stabile e significativo per un’economia di Comuni che comunque si sentono ancora periferici.

La seconda variabile è quella della “accessibilità”. La semi-autostrada del San Bernardino ha aperto alle due valli le porte a una domanda turistica, dapprima sognata, in parte vissuta ma oggi sempre più difficile da governare nel segno dello sviluppo durevole. Lo sviluppo c’è stato, più da e a Sud che non da e a Nord; in particolare per il villaggio di San Bernardino si è assistito negli anni Settanta e Ottanta a una dinamica dirompente, fintanto che ci sono stati il lievito della domanda immobiliare e la materia prima, la neve. Un fattore quest’ultimo che, paradossalmente, sta avvicinando le due comunità di valle: da concorrenti ad attori alla ricerca di complementarità strategiche, di sinergie da concordare.

La terza variabile è quella del “riposizionamento” di due realtà spaziali rispetto al contesto esterno, la più difficile da valutare. A cinquant’anni di distanza le persone più anziane ricordano che i contatti tra Mesocco e l’Hinterrhein erano stati in passato - economicamente, socialmente e culturalmente - più significativi e strutturanti. L’economia agricola faceva incontrare sul Passo i commercianti di bestiame, tesseva interessi tra famiglie, aveva impatti sulle rispettive lingue; a Hinterrhein tutti parlavano italiano! Ma non sarebbe stata la stessa cosa anche senza tunnel?

Infine, l’ultima variabile è quella della maggiore o minore “empatia” tra comunità che si trovano a vivere lingue e culture di riferimento diverse. E qui si vede come un’infrastruttura della modernità,  che teoricamente dovrebbe facilitare i contatti, in parte li renda più fluidi e poco pregnanti. Tuttavia, oggi nasce forse un messaggio: quel verbo “F.A.R.E.” ottenuto componendo le prime lettere delle quattro variabili dello sviluppo: agire quindi, tra ritrovate empatie e bisogni di governanza, tra dipendenze esterne e intraprendenze locali.  Ci sembra questo il messaggio uscito da questa celebrazione ben pensata e preparata dalle associazioni culturali e turistiche della regione.

 

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