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Il futuro delle banche, non solo tecnologia

18.05.2017 - aggiornato: 18.05.2017 - 10:05

di Gianfranco Fabi

«Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati, o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini col servire nel migliore modo il pubblico»: sono parole che Luigi Einaudi pronunciò nel 1945 nella breve parentesi in cui fu Governatore della Banca d’Italia. In effetti gran parte delle banche nei Paesi occidentali sono società di diritto privato, ma nel suo insieme il sistema bancario è normalmente e giustamente considerato un servizio pubblico, soggetto quindi ad autorizzazioni e controlli, dato che ha come oggetto un sistema finanziario in cui il risparmio delle famiglie è in primo piano.

Non bisogna andare lontano per vedere gli effetti che una crisi del sistema bancario può provocare alla società. Basta guardare a quanto avvenuto nel 2008-2009 prima con la crisi dei mutui subprime, poi con il fallimento della banca Lehman Brothers: gli effetti sull’economia reale e sull’occupazione sono stati i più gravi dalla crisi del 1929 con effetti che molti Paesi stanno ancora subendo.

Nei Paesi europei la crisi americana non solo si è propagata sulle onde della globalizzazione, ma è stata amplificata anche dalla crisi di fiducia innestata dall’espansione del debito, in particolare del debito pubblico. 

In questi anni le banche hanno dovuto poi affrontare tre diverse modifiche di scenario: 1) l’appiattimento dei tassi di interesse a causa della politica monetaria accomodante delle banche centrali; 2) il crescente ricorso a procedure informatiche per eseguire gran parte dell’attività bancaria; 3) la necessità di rafforzare i requisiti patrimoniali e di rispondere alle richieste di un’attività di vigilanza sempre più incisiva (basti pensare alla decisione di “chiudere” la Banca della Svizzera Italiana).

E proprio in Svizzera si è aggiunta la fine del segreto bancario che ha tolto alle banche una rendita di posizione e che ha costretto, più che nel passato, a puntare sull’efficienza e l’affidabilità della gestione. In quest’ottica diventa fondamentale quella trasformazione digitale che va vista più in un’ottica di efficienza che in quello del taglio dei costi. Come osservava infatti con un’ottica largamente positiva lo scorso anno il rapporto Bakbasel: «La digitalizzazione contribuisce ad ampliare il ventaglio di opportunità commerciali e permette di aumentare l’efficienza dei processi. Al contempo, essa porta anche ad un aumento della concorrenza e ad una trasformazione delle richieste da parte dei clienti». 

Nel sistema bancario, in quella vasta gamma di attività che va dalla concessione di prestiti alla gestione dei patrimoni, l’efficienza e la redditività saranno sempre più legate a quel vantaggio competitivo che è costituito dal fattore umano: non solo in senso tecnico, ma nella capacità di avere una visione che unisca l’interesse economico al benessere collettivo. La tecnologia infatti porta con sé il rischio di affidarsi agli algoritmi e ai modelli matematici: una strada che apre le porte alla speculazione fine a se stessa, a quella tentazione diabolica di creare i soldi con i soldi. Il vero valore aggiunto delle banche sarà invece la capacità di evitare i rischi di sistema offrendo e sollecitando una solida formazione che unisca gli aspetti tecnici a quelli fondamentali dei valori e delle relazioni umane.

 

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