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Il prezzo politico del nuovo Progetto Fiscale (17)

12.11.2017 - aggiornato: 12.11.2017 - 11:00

di Angelo Geninazzi

Angelo Geninazzi.

Sono passati 9 mesi da quando il popolo svizzero ha detto NO, opponendosi alla terza riforma dell’imposizione delle imprese. Negli anni che hanno preceduto la consultazione popolare, politica ed economia hanno sensibilizzato sull’importanza della riforma, resasi necessaria poiché alcuni regimi fiscali oggi praticati dai Cantoni non sono più accettati da OCSE e Unione Europea. Nelle analisi effettuate nel post-voto stupisce che praticamente tutti gli argomenti a favore della riforma godevano di una maggioranza tra coloro che sono andati al voto. Ad esempio l’argomento per il quale la riforma era necessaria affinché la Svizzera rimanesse attrattiva per le imprese, o ancora affinché le imprese che oggi sono sul nostro territorio contribuiscano in modo determinante al finanziamento dei compiti dello Stato. 

Tra gli argomenti contrari alla riforma solo uno ha fatto breccia tra gli elettori: «della riforma approfittano solo alcuni grandi gruppi di imprese e grandi azionisti». 
Oggi, nemmeno un anno dopo il rifiuto del sovrano, che con il 59.2% è stato abbastanza netto, il Consiglio federale ha messo sul tavolo, rispettivamente in consultazione, una nuova soluzione, chiamata Progetto Fiscale ’17 (PF 17). Sì, anche perché i tempi stringono e i regimi fiscali che tanto danno fastidio agli altri Stati, continuano a darne anche se il popolo svizzero ha rifiutato la Riforma III per l’imposizione delle imprese. Un po’ questa urgenza e un po’ anche la considerazione dell’analisi post-voto secondo la quale la riforma andava a beneficio di pochi e grandi attori ha portato il Governo federale a ripresentare un pacchetto di misure che per diversi tratti ricalca quello rifiutato dagli svizzeri in febbraio, integrando però alcuni elementi che possono sembrare marginali, ma che nel principio non lo sono. 

Da una parte il PF 17 prevede che l’imposizione dei dividendi per le persone fisiche con partecipazioni qualificanti sarà aumentata e portata al 70 percento sia a livello federale che cantonale. Ai Cantoni viene lasciata la possibilità di prevedere un aumento maggiore. Dall’altra parte, sempre ai Cantoni viene imposto un aumento (minimo) per gli assegni familiari. Oggi la legge prescrive un minimo di 200 franchi al mese per ogni figlio, che dovrebbe essere aumentato a 230 franchi. Attualmente solo 7 Cantoni prevedono salari minimi pari o superiori a questo importo. Nel rapporto esplicativo, il Governo spiega che con l’obbligo di aumentare gli assegni familiari si vuole attuare anche una misura di politica familiare. 

Possono sorgere dei dubbi se nell’ambito di una riforma fiscale si debbano promuovere misure di politica familiare, ma non vogliamo soffermarci su questa domanda. 

Non vogliamo nemmeno valutare la bontà o meno di queste due nuove proposte. Una riflessione però si impone sul fatto che la Confederazione, una volta ancora, proponga di limitare le competenze dei Cantoni e questa volta nel tema più federalistico di tutti, la fiscalità. La necessità e l’urgenza di costruire una riforma che accontenti tutti ha indotto il Consiglio federale a erodere un altro po’ all’autonomia (questa volta fiscale) dei Cantoni. 

Potrebbe sembrare irrilevante, ma il nostro sistema svizzero, soprattutto fiscale ma non solo, è fondato sull’autonomia cantonale e comunale e su un principio di sussidiarietà: la continua erosione di quest’ultima, questa volta giustificata con una riforma determinante per mantenere la competitività economica elvetica, prima o poi si ritorcerà proprio contro gli obiettivi che oggi sono messi in primo piano dalla riforma stessa. Dobbiamo stare attenti a non tirare troppo la corda. 

(Angelo Geninazzi, economista, furrerhugi)

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