Home > Rubriche > Economando

Innovazione, la strategia di dimenticare il passato

05.12.2017 - aggiornato: 05.12.2017 - 17:01

di Gianfranco Fabi

«Il problema del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta». Così scrisse Paul Valery nel 1931: il grande poeta si riferiva ai grandi cambiamenti politici, economici e sociali che avevano investito l’Europa dopo la Prima guerra mondiale, la crisi del ’29 e l’avvento dei regimi autoritari. E oggi come allora il futuro non siamo più in grado di immaginarlo con qualche fiducia nelle nostre intuizioni e sulla base delle esperienza del passato. È come se avessimo perduto gli strumenti tradizionali per pensarci e per prevederlo. Il fattore che genericamente possiamo chiamare “innovazione” non sta cambiando solo possibilità ed abitudini, non sta modificando solo i prodotti che usiamo quotidianamente, non sta solo invadendo con le nuove tecnologie la nostra vita quotidiana. Ma rende più fragili, non troppo silenziosamente, gli stessi criteri di giudizio, le categorie del valore, i parametri con cui guardare alla realtà. Pensiamo ad un apparecchio (un device, come si dice adesso) di uso ormai comune come il telefonino.

Ebbene fare una telefonata è ormai un impiego quasi residuale. Lo utilizziamo infatti per ricevere e inviare messaggi, per consultare siti internet e di posta elettronica, per fare fotografie, per prendere appunti, per ascoltare musica, per guardare filmati e la televisione, per registrare conversazioni, per trovare itinerari stradali e (perché no?) anche per giocare. E potremmo continuare a lungo data la vastità delle applicazioni che vengono sviluppate a ritmi impressionanti. È  un mondo che cambia nei suoi pilastri fondamentali.

La proprietà privata non è più, per esempio, un punto fermo perché prende progressivamente spazio la sharing economy, l’economia della condivisione, per cui non è importante possedere un’automobile o una bicicletta, ma è importante poterla usare secondo la necessità. E così la concorrenza non è più tra aziende simili che svolgono le stesse funzioni. Basti pensare all’esempio del telefonino che ha spiazzato e fatto diventare obsoleti i vecchi produttori di macchine fotografiche, di registratori, di penne e taccuini. E come Saturno che mangia i suoi figli le stesse innovazioni informatiche vengono superate nel giro di breve tempo: basti pensare ai nuovi modelli di smartphone, di computer, di televisioni, che si susseguono a ritmo continuo.

Una rivoluzione particolarmente significativa (e problematica) sarà quella del lavoro, come ha opportunamente sottolineato Meinrado Robbiani sul GdP sabato scorso. Un rivoluzione che crea problemi, ma che ha anche lati positivi. Saranno le macchine, i robot a svolgere i compiti più gravosi, pericolosi e ripetitivi. Ogni impiego diventerà uno sviluppo delle competenze, un’applicazione della creatività, una ricerca di quei valori, come l’utile e il bello, che possono derivare solo dalla sensibilità delle persone.

Guardare con fiducia a quanto sta avvenendo vuol dire rassegnarsi a mandare in soffitta i vecchi manuali di marketing, le consolidate teorie di politica monetaria, le tradizionali costruzioni dei modelli matematici. Una nuova parola d'ordine entrare nel mondo digitale è “unlearn”, disimparare. Non utilizzare più la vecchia cassetta degli attrezzi e i superati libretti di istruzione. Un passo indietro per poter continuare il cammino sulle nuove strade. Un passo altrettanto difficile, quanto necessario.

 

Accesso e-GdP

Banner Libro Bonefferie

Banner - Spot GdP 2018

banner_reportage_siria.jpg

banner_arte-e-cultura.jpg

banner_alberghi_albergatori.jpg

Ieri nel mondo

misericordia_2015.jpg

catt-ch2.jpg

Il sito ufficiale della Diocesi diLugano

banner_caritas_ticino.jpg