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La deindustrializzazione ci tocca tutti

24.11.2017 - aggiornato: 24.11.2017 - 14:30

di Stefano Modenini

© Foto archivio CdT

Notizie apparentemente contradditorie giungono dal mondo economico e industriale. Negli scorsi giorni Swissmem, l’organizzazione nazionale dell’industria metalmeccanica ed elettrica, ha annunciato che nei primi nove mesi del 2017 il settore ha visto crescere il fatturato dell’8,2 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti. Il trend dovrebbe proseguire anche nei primi mesi del 2018 in quanto la ripresa sui mercati di riferimento è evidente. In ciò aiuta anche la ritrovata parziale debolezza del franco svizzero. Nel mese di settembre interrogati da Deloitte, i responsabili delle finanze delle imprese svizzere hanno affermato di attendersi nei prossimi mesi una ripresa vigorosa della congiuntura.

Accanto a queste note positive la tela di fondo non nasconde tuttavia le preoccupazioni del mondo industriale elvetico. 4'000 posti di lavoro persi in Svizzera nel 2016 in uno dei motori fondamentali dell’economia svizzera. 5 milioni di posti di lavoro persi nell’industria fra il 2000 e il 2013 nell’Unione europea dei primi 15 paesi aderenti. Stiamo parlando di progressiva deindustrializzazione. La questione in realtà è assai più complessa in quanto il confine fra industria manifatturiera e industria dei servizi non è più così netto oramai da diversi anni a questa parte. Tuttavia, le preoccupazioni per una riduzione del tessuto industriale nazionale si propagano a diversi paesi industrializzati e sono tema di discussione corrente fra le cerchie scientifiche e politiche.

Presentata lo scorso 13 novembre a Berna in una giornata di riflessione sulla lotta alla deindustrializzazione in Svizzera, SFA Advanced Manufacturing è un polo d’eccellenza per l’industria di punta creato dal Politecnico federale di Zurigo e dal Politecnico federale di Losanna unitamente al Paul Scherrer Institut e all’Empa. La missione dello SFA Advanced Manufacturing è quella di accompagnare l’industria nella trasformazione digitale attraverso progetti di ricerca sulla manifattura avanzata. La risposta alla deindustrializzazione, come era ipotizzabile, risiede dunque nel forte potenziamento della ricerca scientifica. Ma ciò non sarà sufficiente, sia perché maggiore innovazione non significherà necessariamente più occupazione, sia perché i paesi concorrenti sono sempre più performanti e l’alto costo del lavoro in Svizzera è una zavorra che ha già portato alla delocalizzazione all’estero di parti importanti delle imprese. Posti di lavoro che difficilmente tornano indietro. Accanto allo sviluppo della ricerca scientifica decisivo sarà pure il potenziamento del trasferimento delle tecnologie verso le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura della nostra economia.

Eppure vale davvero la pena come sistema-paese Svizzera battersi contro la deindustrializzazione della nazione. Lasciare partire la produzione dal paese significa perdere anche la ricerca scientifica e a soffrirne sarebbero i Cantoni, i Comuni e l’indotto locale. Non è immaginabile una Svizzera di soli servizi, facilmente volatili. Inoltre, il valore aggiunto di ogni posto di lavoro nell’industria svizzera è stimato attorno ai 100'000 franchi l’anno, ossia 2,1 volte più del valore aggiunto di un impiegato dei servizi. Lunga vita pertanto all’industria elvetica.

 

(Stefano Modenini, direttore AITI)

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