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La mano invisibile e le mani visibilissime

29.11.2017 - aggiornato: 29.11.2017 - 17:45

di Sergio Morisoli

© Foto archivio

Se si chiedesse in giro di chi è “la mano invisibile” la maggior parte direbbe «di Maradona». Se si correggessero e gli si dicesse che è di Adam Smith e gli si chiedesse se sanno chi sia costui; parecchi direbbero che era il primo uomo della genesi a cui è stato appioppato, per renderlo attuale, il cognome di Smith; i più attenti direbbero che è il calciatore di Premier League inglese del Bournemouth; pochissimi che fu un filosofo scozzese del XVIII secolo (1723-1790). Fu quest’ultimo ad aver coniato per la prima volta il concetto, stra abusato e super stravolto dagli statalisti di ogni genere e da chi non l’ha mai letto, di “mano invisibile” usandolo come sfottitura quando il libero mercato fallisce nel perseguire l’equilibrio tra domanda e offerta di qualcosa. Si, noi ammettiamo che certe volte il libero mercato possa anche fallire, contrariamente agli statalisti che ritengono lo Stato infallibile. 

Ma non è di questo scadimento polemico che voglio scrivere. Bensì del fatto che la sua espressione  “mano invisibile” la si trova solo tre volte all’interno della sua immensa opera omnia (migliaia e migliaia di pagine scritte); e che soprattutto la si trova distribuita in tre testi molto diversi fra loro: Storia dell’astronomia (1750), Teoria dei sentimenti morali (1759) e Ricchezza della nazioni (1776); con il significato anche molto diverso: l’azione della divina provvidenza nei primi due e l’azione buona dell’essere umano nell’ultimo. Lo Stato non agisce mai attraverso la mano invisibile, anzi agisce sempre con due mani ben visibili: una che prende e l’altra che dà, al massimo quella invisibile è quella che tiene per sé… Prendiamo il, così definito dai partiti di Governo, pacchetto fiscale sociale. In apparenza c’è una mano che vorrebbe prendere un po’ di meno attraverso gli striminziti sgravi fiscali e una mano che vuole distribuire un po’ di più attraverso sussidi sociali. La definiscono, con un neologismo concettuale di finanza pubblica creativa, simmetria dei vantaggi: alcuni pagheranno un po’ meno di imposte (i ricchi) e altri riceveranno un po’ più di soldi (chi ha figli). Queste sono le due mani che darebbero “vantaggi simmetrici”. C’è però un però. Non dicono nulla delle due mani evidenti e gigantesche, che non agiscono simmetricamente. Quella che prende sempre di più tramite imposte, tasse e balzelli a chi ha sempre di meno (il ceto medio) e quella che spende senza successo a favore di chi ha davvero bisogno (gli esclusi). Perché questo pacchetto non è né fiscale né sociale? Perché non lascia agire la mano invisibile della società civile e dell’economia laddove sarebbe opportuno che lo facesse, e ci caccia dentro invece le mani pesantemente con la pretesa di salvare le famiglie e di trattenere i ricchi; mentre dall’altra parte resta con le mani in mano. Non si muove la mano destra per chi tiene assieme il Ticino (lavoratori, persone sole, ceto medio, artigiani e piccole medie imprese) e nemmeno quella sinistra per chi il lavoro l’ha perso, per chi rischia di perderlo, per quelle persone che vivono un disagio sociale personale e collettivo e che riempiono i servizi psicosociali e gli sportelli dell’assistenza pubblica. Invece di muovere le due mani che si strofinano l’una con l’altra, attraverso un pacchetto fiscale sociale che mette tutti d’accordo (quelli che non hanno bisogno né dell’uno né dell’altro), il Governo avrebbe fatto meglio a muovere una mano per sgravare davvero chi da 14 anni non riceve nulla e l’altra per ridisegnare lo stato sociale. Per nascondere le mani, si elevano lodi sperticate al compromesso raggiunto. Il vecchio Chesterton disse a proposito di compromessi che: un conto è avere mezza pagnotta invece di niente, un altro averne solo metà quando se ne può avere una intera.

 

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