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La tassazione delle criptovalute

06.03.2018 - aggiornato: 06.03.2018 - 09:48

di Samuele Vorpe

Negli ultimi tempi molte persone sono state contagiate dalla febbre delle criptovalute ed hanno deciso di investire parte dei propri averi nelle moneti virtuali. Queste ultime, oltre a costituire un investimento, sono anche sempre più utilizzate da soggetti economici come mezzo di pagamento senza la necessità di dover passare da un intermediario finanziario. Proprio ieri la Divisione delle contribuzioni del Canton Ticino, seguendo quanto fatto anche da altre autorità cantonali (di Zurigo, Zugo e Lucerna) ha pubblicato la sua prassi per favorire una corretta dichiarazione fiscale delle criptovalute. In primo luogo va osservato che il possesso di unità di criptovalute è, da un profilo economico, da paragonare al possesso di contanti o metalli preziosi e costituisce pertanto sostanza mobiliare. Non solo i Bitcoin, bensì tutte le criptovalute sottostanno all’obbligo di dichiarazione fiscale (p. es. Ethereum, Onecoin, Dash, Litecoin, Ripple, ecc.) e sono imponibili ai fini dell’imposta sulla sostanza in base al valore al 31 dicembre. Il valore delle criptovalute viene determinato sulla base dei listini dei corsi “ufficiali” emessi dall’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC). Il fisco tratta quindi le criptovalute come vere e proprie monete straniere. Se prendiamo il Bitcoin, alla fine del 2017, una sua unità corrispondeva ad un valore di 13.784,38 franchi. Questo importo deve essere inserito nella dichiarazione fiscale, in particolare nel modulo dell’elenco titoli e altri collocamenti di capitale, sotto la voce “Altri valori e crediti”. Quale pezza giustificativa, il contribuente può allegare alla dichiarazione una stampa del CD “wallet” (il portafoglio digitale in cui vengono detenute le criptovalute). Siccome l’acquisito di criptovalute equivale essenzialmente ad effettuare un “cambio valuta”, ciò che si consegue è un utile o una perdita della sostanza mobiliare del contribuente. Per quanto attiene invece l’imposta sul reddito, essendo la detenzione di criptovalute qualificata come sostanza mobiliare, occorre valutare se queste monete appartengano alla sostanza privata del contribuente oppure alla sua sostanza commerciale. Quando appartengono alla sostanza privata del contribuente, l’utile conseguito è, di principio, esente da imposta (art. 15 cpv. 3 LT, art. 16 cpv. 3 LIFD), risp. le perdite non sono deducibili. Quando invece appartengono alla sostanza commerciale, l’utile è imponibile, mentre le perdite deducibili (art. 17 cpv. 2 LT, art. 18 cpv. 2 LIFD). Bisogna tuttavia rilevare che nel corso degli anni la giurisprudenza del Tribunale federale ha reso più difficile la possibilità di conseguire un utile esente dall’imposta sul reddito. Secondo il Tribunale federale gli utili provenienti da un’attività che oltrepassa la semplice amministrazione della sostanza privata rappresentano un reddito da attività lucrativa indipendente ed anche i beni impiegati per tale attività costituiscono sostanza commerciale, pur mancando ogni attività organizzata nella forma di una vera e propria impresa. L’AFC ha pertanto pubblicato una sua circolare, la n. 36, del 27 luglio 2012, che pure è applicabile ai casi delle criptovalute. In questo documento vengono definiti dei criteri che, se cumulativamente adempiuti, escludono l’imponibilità dell’utile in capitale conseguito. Si osserva infine che sono imponibili, ai fini dell’imposta sul reddito, i casi di pagamento del salario in criptovalute così come le attività di Mining delle criptovalute.

(Samuele Vorpe, resp. Centro di competenze tributarie della SUPSI)

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