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Luca Albertoni: «L’equilibrio fra aperture e chiusure»

08.01.2014 - aggiornato: 08.01.2014 - 17:16
di Luca Albertoni*
 
 
Contro l’iniziativa dell’UDC sull’immigrazione di massa in votazione il prossimo 9 febbraio hanno preso posizione ieri le associazioni economiche nazionali, con chiari argomenti a favore dell’apertura e della stabilità delle relazioni con il nostro maggiore partner commerciale, cioè l’Unione europea (UE). Apertura e stabilità (giuridica, politica, istituzionale, ecc.) sono infatti due elementi fondamentali per il buon funzionamento dell’economia e non possono essere sacrificati con leggerezza sull’altare dei giochi politici, di qualunque segno essi siano. E non mi riferisco certo solo all’iniziativa dell’UDC, che solleva questioni di fondo importanti, ma che ha un limite a mio avviso non indifferente, cioè quello di inserire nello stesso calderone tutti gli stranieri, dai vari tipi di lavoratori ai richiedenti l’asilo, senza distinzioni, rendendo troppo complessa e costosa in tutti i sensi un’eventuale applicazione in caso di accettazione popolare. L’auspicato regime dei contingenti l’abbiamo conosciuto e in parte lo applichiamo ancora con i lavoratori provenienti dagli Stati terzi, cioè non appartenenti all’UE. Potrebbe adattarsi l’economia ad un ritorno al passato? Certo, l’economia si adatta a tutto, per forza di cose.
 
La vera questione è quale sarebbe il prezzo da pagare. E qui le opinioni divergono, fra chi ritiene che senza libera circolazione delle persone la Svizzera non potrebbe continuare a svilupparsi come ha fatto negli ultimi anni e chi invece considera che i fattori del nostro successo siano altri, più legati al nostro sistema istituzionale in senso lato. Tutti hanno una parte di ragione: gli elementi sono probabilmente inscindibili e proprio per questo occorre stare attenti a modificare i delicati equilibri che ci hanno portato a un livello di competitività ammirato a livello mondiale. Se da un lato è sbagliato demonizzare la libera circolazione, è altrettanto sbagliato difenderla acriticamente, ignorando gli umori negativi manifestati dalla popolazione e non solo in Ticino. Poco importa che essi siano basati su fatti concreti o impressioni individuali, esistono e occorre tenerne conto. Purtroppo le soluzioni non sono facili e diventano ancora più complesse se non sono finalizzate al mantenimento dell’equilibrio fra apertura e giusta protezione di determinate peculiarità elvetiche. Mi rendo conto che si tratta di considerazioni di ordine generale, ma non per questo sono meno importanti. “Andiamo a Bruxelles a negoziare” è uno slogan facile che sembra la soluzione a tutti i dilemmi, ma si tratta di un approccio puramente teorico e che dimostra scarsa conoscenza del mondo dei rapporti internazionali.
 
È però legittimo aspettarsi dal Consiglio federale un atteggiamento in generale più coraggioso nei normali rapporti istituzionali, perché se è vero che l’UE è fondamentale per la Svizzera, il nostro paese è pure molto importante per l’UE. Sarebbe pertanto utile, talvolta, far sentire la voce della Confederazione senza eccessivi timori. Al di là dei legittimi interessi dell’economia, che difendo con convinzione, temo che non avere, almeno ufficialmente, un piano B in caso di messa in discussione degli accordi bilaterali con l’UE sia oggi molto rischioso e appunto pericoloso per l’economia stessa. Non a caso, qualche mese fa, nel contesto della consultazione sull’introduzione dei contingenti per i nuovi paesi dell’UE, la Cc-Ti ha sollevato proprio questa questione, rimasta però senza risposta. Forse è questo l’elemento più preoccupante oggi, perché, per riprendere una citazione dell’ormai famoso Thomas Minder, uno dei tre match-ball contro la libera circolazione (iniziativa UDC, referendum contro l’estensione della libera circolazione alla Croazia, iniziativa Ecopop) rischia di andare a segno. E questo renderebbe la ricerca dell’equilibrio fra aperture e chiusure molto più difficile.
 
*Direttore della Camera di Commercio del Canton Ticino
 

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