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Ma chi ci crede ancora?

20.04.2017 - aggiornato: 20.04.2017 - 08:00

di Sergio Morisoli

Di cosa scrivere che non sia già stato scritto a proposito di: finanze cantonali, politica economica ticinese, di revisione dei compiti? Settimana scorsa per un paio di giorni si è dovuto assistere all’ennesimo carosello di manifestazioni di successo dei partiti perché i conti dello Stato si sono chiusi con 47 milioni di miglioramento rispetto al deficit previsto: 40 milioni di buco invece che 87. Tutto bene? Certamente no. Intanto le uscite correnti che dovevano essere secondo il preventivo di 3.075,9 milioni di franchi sono state di 3.092,8 milioni, cioè 16,9 milioni superiori. Come dire: 3 miliardi e 75 milioni votati dal parlamento non bastavano e se ne sono dovuti spendere 3 miliardi e 92 milioni; oppure nonostante gli slogan i sistemi di controllo delle spese hanno fatto cilecca un’altra volta. Quindi altro che miglioramento, un peggioramento di 16,9 milioni. Se si comincia poi a considerare che se non ci fossero state entrati fiscali, provenienti non dal cielo ma dai cittadini contribuenti in carne ed ossa, entrate fiscali superiori a quanto preventivato di 58,5 milioni di franchi, il risultato vero sarebbe stato di 104 milioni di deficit, altro che 47,4 milioni. Ma tant’è, meglio illudersi che la spesa sia sotto controllo per continuare a spendere e spandere indisturbati. Se poi pensiamo che qualcuno con responsabilità ha voluto imbesuirci dicendo che il risultato è  grazie alle misure prese nel pacchetto di risparmio, quando questo pacchetto è previsto sul 2017 e non sul 2016, è tutto dire sulla navigazione finanziaria a vista. Ma come detto, cosa serve scrivere, informare se tanto si è convinti che gli oltre 2 miliardi di debiti non li dovrà pagare (restituire) nessuno; chissenefrega se chi nasce quest’anno quando avrà 18 anni cioè nel 2035 dovrà restituire 550 milioni di debiti, che le spese finanziarie per il debito  di 38 milioni all’anno o se preferite 145.000 franchi per ogni giorno lavorativo sono un’inezia. O ancora: che deve succedere quando ci hanno promesso che il personale dello stato sarebbe stato ridotto, e con esso il suo costo, e invece scopriamo che nemmeno 12 mesi dopo quella promessa il costo è passato da 996.7 milioni a preventivo a 1.001,7 a consuntivo, più 5 milioni? O che i costi di funzionamento dell’appartato, la famosa voce beni e servizi, che era preventivata a 282 milioni si è chiusa a 301 milioni. Chi avrà mai interesse ad agire sugli oltre 3 miliardi di spese annuali (3.092 milioni) fintanto che cittadini e contribuenti fanno la gioia dei politici essendo correi inconsapevoli e ignari di questi  lifting dei conti? Chi mai dirà loro che stanno pagando più del dovuto con le imposte, le tasse e i balzelli le diseconomie, le vane promesse, gli sprechi di chi è eletto? Come si potrà mai interrompere la catena dello “spendi e tassa” o del “loro decidono noi paghiamo” se moltissimi eletti ritengono che il cittadino debba fare solo due cose per essere un buon cittadino: primo eleggere e continuare ad eleggere loro; secondo lasciarli poi fare per quattro anni quello che vogliono con i soldi degli altri. Proprio per questo abbiamo proposto e stiamo raccogliendo le firme per introdurre il referendum finanziario obbligatorio (potete firmare fino a metà maggio). Non perché, come qualcuno dice in giro per screditarci, non abbiamo fiducia nei politici che vogliono equilibrare i conti; no, all’opposto abbiamo piena fiducia in loro perché sappiamo benissimo che sanno aumentarci le tasse da un momento all’altro per raggiungere lo scopo;  abbiamo però più fiducia nei cittadini che pagano messi nella condizione di controllare chi spende i loro soldi. In definitiva, le finanze si risanano e la libertà la si mantiene con due cose: dare meno soldi allo stato, e fare in modo che quelli che riceve faccia fatica a spenderli.

 

 

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