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Ma quale mercato?

08.03.2018 - aggiornato: 08.03.2018 - 09:00

di Sergio Morisoli

© Foto archivio

Per la prima volta dagli anni ’70, dopo una lunga crescita ticinese, la generazione di chi entra nel mercato del lavoro non sa quando e quanto potrà starci. La percezione del tempo e del futuro lavorativo, da parte dei giovani è stravolta. Noi sapevamo che bastava impegnarsi e che avremmo trovato un posto, che avremmo avuto un salario in costante aumento negli anni, e che se il lavoro non ci piaceva più, avremmo potuto facilmente cambiarlo; capivamo senza studi e statistiche che l’economia cresceva e offriva molte opportunità, il merito corrispondeva all’impegno e viceversa. I miei figli, come molti altri giovani, oggettivamente  non hanno questo orizzonte e sostituirlo con qualcosa di altrettanto attrattivo non è uno scherzo. 

Come non spegnere il desiderio dei giovani e non subire il disfattismo degli adulti? Questo è il problema numero uno da risolvere che è prodotto dal mercato del lavoro saccheggiato. 

Un mercato, qualsiasi mercato, necessità di alcune condizioni assolute e non sindacabili per funzionare: la fiducia tra gli attori, il rispetto dei valori reciprochi, una concorrenza leale, regole del gioco imparziali e chiare, il controllo e le sanzioni in caso di non rispetto delle regole, condizioni di accesso eque e non discriminatorie, il rispetto delle condizioni locali.  Il mercato del lavoro ticinese è saccheggiato perché queste condizioni non sussistono più  totalmente o parzialmente. 

Cosa farebbe la Lombardia (e l’Italia) se ogni mattina ci fossero 2 milioni di lavoratori ticinesi pronti ad occupare un terzo dei suoi 6 milioni di posti di lavoro? Cosa farebbe questa regione se i suoi lavoratori fossero costretti, per mantenere il posto, ad accettare salari del 30% fino al 50% inferiori rispetto a quelli da loro percepiti fino alla sera prima? 

Non sono numeri inventati, sono numeri arrotondati per dimostrare ciò che avviene in Ticino, ma visto da sud. Gli effetti sono in certi settori dirompenti, nel terziario e nei settori in cui la nostra disoccupazione galoppa e la preparazione dei nostri giovani è adatta crea frustrazione, rabbia, sfiducia e povertà. 

I frontalieri, come tutti, hanno il diritto di migliorare la loro condizione umana, ma simmetricamente una regione, un Paese e una Repubblica come il Ticino ha il dovere di tutelare il benessere, la prosperità e il lavoro sul suo territorio. Il problema lasciato a sé stesso (laissez faire dei bilaterali) ci porta alla rovina. Non esiste una legge di mercato in grado di trovare da sola il punto di incontro tra domanda e offerta, quando le condizioni di partenza per permettere alla concorrenza di giocare sono assolutamente sproporzionate. Il popolo ha voluto e votato “Prima i nostri”, il Gran Consiglio ha detto no. Un no illusorio e che non risolve niente. Ci vuole  una correzione adeguata, non del mercato, ma degli usi e dei  costumi di chi lo popola: lavoratori indigeni, disoccupati, datori di lavoro e frontalieri; siamo coscienti, introdurremmo qualcosa di artificiale attraverso un intervento di Legge per cercare di raddrizzare alcune storture, ma a volte le restrizioni sono necessarie. 
Non è un provvedimento che limita le libertà; al contrario va a tutelare e a proteggere quelle  condizioni essenziali  di base affinché la libertà economica possa continuare a svolgersi correttamente e in sana concorrenza.

 

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