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Nutrire il pianeta (senza luoghi comuni)

12.05.2015 - aggiornato: 12.05.2015 - 15:31

di Gianfranco Fabi

di Gianfranco Fabi

 

L’Expo 2015, che si è aperto a Milano il primo di maggio, è stato finora descritto come un grande spettacolo, un’occasione per fare il giro del mondo in poche ore, un invito a considerare il cibo soprattutto per il piacere gastronomico e conviviale. Non sono mancate, certo, le riflessioni più profonde sui valori legati all’alimentazione, come nella presentazione del padiglione della Santa Sede (“Non di solo pane…”), così come il tema della condivisione e della necessità di approfondire un elemento centrale per lo sviluppo umano e sociale come appunto, quello dei fabbisogni alimentari.  

Tra le righe dei commenti emerge tuttavia spesso una visione ricca insieme di luoghi comuni e di giudizi sommari sulla realtà di questo nostro mondo globale. Per esempio il fatto che i poveri diventano sempre più poveri, che la crescita demografica è la prima causa del sottosviluppo, che il cinismo della multinazionali è alla base del depauperamento del Terzo mondo.

Alla base di queste argomentazioni c’è spesso una visione ideologica e strumentale basata su dati magari reali, ma lontani nel tempo o limitati nello spazio. E divengono convinzioni in buona fede. Tanto che, come diceva Sant’Agostino, “uno, senza mentire, può affermare una cosa falsa, in quanto crede che le cose stiano proprio come egli dice, sebbene di fatto non stiano così”. 

Vediamo, per esempio il tema della malnutrizione: i dati della FAO (l’organizzazione dell’ONU per il cibo e l’alimentazione), sottolineano che dal 1991 al 2013, la percentuale della popolazione mondiale che non dispone di cibo sufficiente è scesa dal 19 all’11%. Tra i Paesi che hanno fatto segnare un netto miglioramento ce ne sono due molto diversi per storia, regimi politici, dimensioni geografiche: si tratta della Cina e del Cile.

Nel grande paese asiatico il numero di persone malnutrite è passato da 300 a circa 150 milioni (dal 25% all’11% della popolazione), mentre in Cile la quota di persone considerate povere è scesa dal 39 al 14%, con un progresso più forte dei pur notevoli passi avanti degli altri paesi dell’America Latina. Due risultati molto positivi che accomunano un paese che, pur statalista, ha saputo sfruttare le spinte alla crescita che derivano dal mercato, a un paese che, dopo la dittatura, ha compiuto scelte sostanzialmente liberiste. 

Il dato che emerge dalle statistiche sulla povertà e la malnutrizione è che i problema di fondo è soprattutto politico. I progressi tecnologici e produttivi uniti ai miglioramenti nella logistica e nei metodi di conservazione sono tali da offrire più di una risposta ai problemi dello sviluppo. Se questo non avviene è per l’incapacità di regimi inefficienti e corrotti che ancora dominano in molte aree del mondo, soprattutto in Africa. 

Vi sono altri temi che condizionano, molto più di quello demografico, le potenzialità di sviluppo. Per esempio le speculazioni finanziarie che pesano sulla formazione dei prezzi delle materie prime alimentari. O la scarsità di investimenti nelle reti di conservazione e distribuzione, indispensabili come l’educazione alimentare, a ridurre i troppi sprechi che avvengono in ogni parte del mondo. Proprio l’educazione alimentare peraltro è un tema che deve accomunare il Nord e il Sud del mondo con un rischio obesità ormai presente anche nelle economie emergenti.

 

 

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